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sudcomune. Una storia cosciente contro il Biopotere

di FRANCESCO LESCE (in mmasciata.it, luglio 2015)

L’esperienza di Sud Comune muove i suoi primi passi con la pubblicazione del “numero 0” dell’omonima rivista, presentata nella città di Cosenza. Si tratta di un progetto ambizioso, che non lascia spazio a intenzioni vaghe. Il proposito dei due principali ideatori di questa iniziativa, Carlo Cuccomarino e Francesco Maria Pezzulli, è in buona parte riassunto nell’ampio Editoriale che predispone il terreno di gioco teorico e politico. Si vuole aprire uno spazio di analisi critica e di inchiesta politica sul presente, centrando l’attenzione sulle attuali dinamiche capitalistiche e sulla possibilità di un loro “superamento politico”. Più precisamente – si legge nell’editoriale – ci si domanda «come si possono costruire istituzioni del comune in grado di soppiantare le istituzioni “pubbliche” della governance e quelle “private” dell’impresa e della finanza. Quali vincoli si presentano a una simile impresa? Come rimuoverli, con quali strumenti e secondo quali strategie?».

L’angolo prospettico da cui s’irradia l’analisi è il Sud, luogo per alcuni versi “paradigmatico” dei processi distruttivi di modernizzazione. Sud che non è soltanto un punto da cui muove l’analisi, ma anche uno spazio elettivo di inchieste, di lotte ambientali e sociali e di esperienze che in questi anni hanno sedimentato energie da cui scaturisce ora questa nuova proposta. Ma qual è il luogo della critica per Sud Comune? Di sicuro non è lo specialismo accademico, sempre più asfittico e autoreferenziale, né il brusio mediatico che dilata la superficialità nell’universo informe dell’opinione di massa. L’analisi critica, com’è qui intesa, rifugge tanto il monologo svigorito dello studioso, quanto l’eccitante ricorsa ai fatti del giornalista. Per il resto, essa nasce in reazione a quello spirito di disincanto (e quindi di adesione) che corrose l’anima civile degli italiani all’indomani delle lotte sociali degli anni ’70 e che sfocia oggi nell’individualismo, nel narcisismo, nel delirio solipsistico.

I contenuti del numero Zero della rivista "Sud Comune"I contenuti del numero Zero della rivista “Sud Comune”

Per Sud Comune la critica richiede studio, inchieste sul campo, raccolta di dati ed elaborazione di gruppo. Il suo esercizio è paziente, accorto, meticoloso e nondimeno appassionato e polemico. D’altra parte, si nutre di incontri e non è mai fine a se stesso. L’analisi presuppone infatti un interesse per le forme di vita e un’ostilità manifesta nei riguardi dei poteri. Si tratta quindi di un’attività teorica che nasce come ricerca di gruppo a sostegno delle lotte diffuse sui territori. Elaborazione che s’indirizza senza indugi contro un nemico invisibile e comune: il Biopotere. Ed è proprio qui che la discussione si anima, rivelando difficoltà, dissidi interni all’uso di vecchie categorie, aporie politiche. Siamo entrati da tempo in una nuova fase storica in cui tutta la vita, in ogni suo spazio e momento, in ogni suo elemento, è investita dal potere. L’energia vitale è direttamente prelevata e la forma stessa della socialità umana è integralmente espropriata. I nuovi sistemi di valorizzazione neocapitalistica mettono al lavoro non più semplicemente le braccia, il corpo, ma il linguaggio come facoltà umana, le passioni, gli affetti. In un questo orizzonte, la stessa concezione secondo la quale una società può essere criticabile e trasformabile, riformata o rivoluzionata viene revocata in dubbio, malgrado essa riemerga nei discorsi e nelle intenzioni. Quando il verbo si fa merce è la stessa natura umana che raggiunge il limite estremo dell’espropriazione. Questa è la società dello spettacolo, questo è oggi il biopotere. Un tempo in cui il linguaggio cessa di formare universi culturalmente qualificati (“mondi culturali”, diceva De Martino) e la “sopravvivenza” diventa il criterio universale del benessere sociale. Schiacciato sul suo sostrato biologico, il soggetto stenta a riamarsi in quanto “individuo sociale”, e cioè vettore di resistenza. E allora non è un caso che nell’era in cui lo Spettacolo rivela la sua natura biopolitica, si registri un pesante contraccolpo sul lessico della politica e sulla stessa possibilità di esercitare pensiero critico e pratiche di resistenza. Sono le stesse parole (i nomi comuni) a perdere di significato. Parole che circolano nei discorsi come fossero dei puri feticci, prive come sono di un referente certo. Soggetto, classe, lotta, operaio, politica, militanza, lavoro, popolo ecc., sono parole incerte, che nella retorica politica dominate servono a tappare buchi semantici più che a nominare effettivamente le cose.

E allora, che fare? L’esperienza di Sud Comune riparte da questo punto di estrema crisi e prova a elaborarlo. Del resto, l’unica alternativa è quella che passa tra coloro che aderisco al disorientamento e quelli che provano a capirci qualcosa; tra coloro che neppure provano l’infelicità di essere schiavi e quelli che invece aprono una breccia di conflitto in seno agli automatismi quotidiani del nudo vivere. Non c’è scampo del resto. Da questa dicotomia non si esce. Si sta da una parte o si prova a stare dall’altra. O la glorificazione di ciò che esiste oppure l’esodo critico. O la deriva inconsapevole in un mondo intollerabile (nell’attesa che i propri conflitti si propaghino), o il tentativo quotidiano di rimettere in circolo – nell’amore e nel conflitto – quell’energia vitale captata e riassorbita nelle trame di una società così “perfetta da governare” da farci credere di essere eterna. La differenza, ancora una volta, è quella che passa tra una storia (individuale e collettiva) patologica e una storia cosciente.

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