Banalizzare le migrazioni significa perdere l’umanità

Pubblichiamo questo scritto di Gennaro Avallone, già ripreso nel mese di agosto del 2017, come segno di solidarietà verso Gennaro, ottimo ricercatore dell’Università di Salerno, accusato dalla procura di aver preso parte nel  settembre del 2018 a una protesta non autorizzata contro una “passeggiata” anti immigrati della lega a Salerno. 


di GENNARO AVALLONE (da La Città di Salerno, agosto 2017)


Il viaggio nel Mediterraneo dalle coste settentrionali dell’Africa è una sfida definitiva:


«puoi morire tre volte: nel deserto, in Libia, nel mare. Quando passi il mare e arrivi è come una vita nuova, è come un regalo, è una vita regalata, gratis. In mare l’acqua è nera, non è blu o azzurra. E fai mille pensieri. La barca sale e poi, boom, scende. E non sai come ti va».


È con queste parole che un lavoratore marocchino arrivato in Italia nel 2008, conosciuto durante il lavoro di ricerca che da tempo conduco con le braccianti ed i braccianti impegnati nell’agricoltura della Piana del Sele, racconta il suo viaggio. È questo l’estremo con cui si confronta ogni persona che si mette in mare nel Mediterraneo, nelle mani dei trafficanti e di Dio. Perché, in verità, come un altro lavoratore mi ha detto


«non lo sai se andare con quella barca, non lo sai veramente. Ho chiamato una persona in Libia. Ha detto ‘no la barca è grande, vai tranquillo, non c’è problema. In Libia, come la mafia»


Incertezza totale, paura, coraggio, speranza, forza. Un misto di sentimenti ed emozioni che non si può capire fino in fondo. Bisogna sentirli. Ed è questo, anche questo, che una parte delle migrazioni contemporanee ci chiede: sentire. Pensare, informandosi, e sentire. Sapendo che entrambi i momenti sono fondamentali: l’uno completa l’altro. Se davvero si vuole comprendere cosa sta accadendo. E ciò che accade non c’entra niente con le accuse alle ONG, con le urla dei politici, con le parole atroci di odio della propaganda, con la violenza verbale espressa contro i neri o le persone musulmane. Ciò che accade riguarda l’umanità delle persone. Le loro speranze. Le loro prospettive. E, quindi, riguarda tutti noi. La nostra umanità. Se dimentichiamo di sentire dimentichiamo come si entra e sta in relazione con gli altri. Tutto si riduce ad un fatto tecnico, come nei rapporti con gli impiegati negli uffici pubblici o gli operatori di un call center. Tutto tecnico, tutto strumentale. Comprensione zero. E questa logica diventa pervasiva. Non si arresta ad alcune relazioni. Se dimentichiamo di sentire lo dimentichiamo sempre, prima o poi.

Non si tratta di quello che viene definito inaridimento dei rapporti. No, qui si tratta di banalizzazione. Cioè, di semplificazione di rapporti e condizioni sociali che semplici non sono. Come non lo è nessuno di noi. Siamo tutte e tutti ricchi: di desideri, bisogni, aspettative, speranze, prospettive. Banalizzare i rapporti e, quindi, le altre persone, le loro esperienze, significa proprio questo: perdere tutta la ricchezza che come esseri umani esprimiamo. Perdere la ricchezza altrui, ma anche la ricchezza propria. Banalizzare significa banalizzarsi.


Questa deriva si determina facilmente nei riguardi delle persone migranti. Specialmente nei confronti di chi viene associato ai cosiddetti barconi. Come se quelle persone, sopravvissute a viaggi durissimi, fossero riducibili a poco, a bisogni elementari, o, addirittura, a fastidi, problemi, scocciature da mettere subito da parte, se non proprio da cancellare, far finta che non esistono, ad esempio godendo alle notizie dei loro arresti da parte della cosiddetta Guardia costiera libica, disinteressati a cosa accadrà loro, indifferenti.


Meno che umani, inferiori: dunque, con necessità ridotte e destini già segnati.
Se si vuole capire e, insieme, evitare di trasformarsi in persone così povere dal punto di vista della capacità di comprendere gli altri e sé stessi, è proprio questa deriva che va fermata, decidendo di volere sentire, riconoscere la ricchezza ed eterogeneità della vita. A partire da quella degli altri, per capire la propria. L’odio radicale alimenta solo più odio e ignoranza. Riconoscere i sentimenti, propri ed altrui, permette di dare importanze alle esperienze. E, così, riconoscere chi arriva in Europa dopo un viaggio nel mare come una persona, una di noi.