Le lotte di classe a Crotone. Frammenti di fuoco di Filippo Violi


di LEO ESSEN (in www.coku.it, agosto 2019)


Siamo a Kroton. Incatenati ai propri ruoli sociali, le spalle rivolte alla luce, una schiera di dottori, avvocati, commercialisti, direttori generali, architetti, ingegneri, presidenti, consiglieri, assessori, dirigenti, funzionari e faccendieri guarda, proiettata sulla parete, quella che crede essere l’umanità. Se un giorno questi prigionieri venissero liberati e guariti dalla mancanza di discernimento, cosa vedrebbero?
Innanzitutto vedrebbero la classe impiegatizia, il collante della storia. Di questa classe impiegatizia fanno parte gli educatori, i peones abilitati e a caccia di entrature presso l’amministrazione regionale e centrale, i formatori a contratto da 80 euro all’ora che subappaltano a 5 euro a titolari di diplomi rilasciati dall’Alma Mater. Liberi pensatori pronti a strappare dall’innocenza l’infante e a incastonarlo nel sistema educativo parallelo, a verifica del proverbio silano «u ciucciu c’un ha fattu a cuda a tre anni, u lla fa cchiù». La differenza specifica della classe non è la rigidità tipicamente burocratica. La differenza si chiama posto – il posto. Un posto di guardia, schermato e non necessariamente presidiato, che l’uomo moderno, dice Violi, ha barattato con la felicità primordiale. Gli ospedali, gli ambulatori medici, le scuole, gli uffici comunali, postali, doganali, nelle condizioni attuali, dice, conferiscono consistenza, personalità, serenità, e un piacere che deriva dalla potenza di calcolo. Gli edifici e le strutture spazializzano gli istituti dove i posti rappresentano nodi di un dispositivo microfisico reticolare. Solo in Calabria – a Crotone – si percepisce a pelle e si subisce il fascino del potere minuscolo e del tutto moderno della cattedra, del bancone e della scrivania, e si avverte lo squallore della classe impiegatizia che tiene incollati i pezzi di una città in frantumi.
Poi vedrebbero i contadini, gli umili della Terra, a servizio del benessere, lontani dai vizi Mondani. I più puri, dice Violi, quelli più vicini alla natura. I veri, nei quali andrebbe cercata la legge, perché in loro essa è innata o succhiata dalla terra. Ogni buona azione è per loro immediata, naturale.
Nei primi anni del XXI secolo, dice Violi, le pratiche lavorate dal proletariato impiegatizio, per la richiesta di contributi per le integrazioni agricole, registrarono un’impennata eccezionale di oltre il 60%, facendo la fortuna del capitale agrario che viveva di sovvenzioni.
Ma che capitalismo è quello che vive delle sovvenzioni all’agricoltura? Eppure questo è il capitalismo di Crotone, una sua cospicua parte, dopo la dismissione del Petrolchimico Pertusola Sud, avvenuta nei primi anni Novanta.
Gli stanziali assoldati nell’esercito mobile, ricevevano le marchette INPS per giornate lavorative mai erogate, e acquisivano contestualmente il diritto alla disoccupazione agricola e all’indennità per malattie generiche contratte anche successivamente alla scadenza del contratto di lavoro. In più, per questa classe di lavoratori stanziali, fioccavano le richieste di malattie professionali, fino ad allora poco considerate: discopatie, ipoacusie, dermatiti da contatto, eccetera.
Il pacchetto dei tre cespiti, ai quali va sommato il diritto di prelievo assicurativo maturato grazie al versamento delle marchette per 51 o 101 giornate lavorative, veniva trattato da faccendieri specializzati, accreditati presso le dipendenze locali delle amministrazioni centrali dello Stato, come ragionieri, consulenti del lavoro, avvocati, commercialisti, i quali collegavano l’esercito mobile del sottoproletariato agricolo con la piccola borghesia addottorata, incaricata di certificarne lo status. Ma siamo solo in un romanzo. La storia vera va per altri colli. L’esercito mobile, che in tutte le grandi città forma una massa nettamente distinta dal proletariato effettivo, qui nel romanzo è composto da furbi di infimo stato, da parenti e affini sino al decimo grado, da cugini di cugini, da famiglie pervertite dall’ipocondria, da fannulloni convinti di essere ricattabili per il solo fatto di respirare la stessa aria che respirano i faccendieri dai quali acquisiscono i crediti INPS, come una volta i McJobber acquistavano dai Brokers i crediti immobiliari grazie ai quali una quota indicizzata del profitto industriale veniva dirottata verso il capitalismo finanziario, per poi addossare la colpa dei fallimenti industriali alla Cina.
All’epoca delle integrazioni agricole, nell’area metropolitana, ogni unità statistica computabile dall’ufficio provinciale della direzione territoriale del lavoro di Crotone assumeva un valore che poteva tradursi in rendita o in liquidazione, ma solo quando l’unità era moribonda o verosimilmente morta. In questi casi, la pratica diventava appannaggio di quei faccendieri che ambivano ad emanciparsi dalla piccola borghesia intrallazzona, alla media borghesia para-agroalimentare. Le famiglie che contavano una di queste anime morte, e che avevano diritto alla rendita ai superstiti, entravano nel novero dei clienti dei faccendieri, che così tramutavano l’equo indennizzo in ricompense vincolanti per consulenti e commercialisti. I benefici di ogni pratica si estendevano al proletariato impiegatizio, e si misuravano in premi di lavoro. L’affare si mostrava così carico di promesse, sino al punto da spingere i più volenterosi tra i faccendieri e i consulenti del lavoro a creare cimiteri fittizi.
Il salto da Marx a Gogol veniva a mala pena percepito dall’esercito mobile, il quale, sufficientemente spesato, si prestava ad allestire la farsa.
Gli incatenati, se venissero liberati, vedrebbero i non stanziali che, abbandonati gli stazzi estemporanei prima dell’alba, raggiungono i campi del marchesato. Piegati tra i solchi, per nove o dieci ore al giorno, nessuno le conta, sporchi di sudore e polvere, raccolgono ortaggi e meloni per una paga infima e mai regolarmente percepita, verificando sulla propria pelle la necessità della legge bronzea. Se fossimo in Inghilterra al tempo delle enclosures questi miserabili straccioni produrrebbero l’eccedenza che valorizza il capitale anticipato e che paga interessi e rendite e una quota di lavoro improduttivo. Ma siamo a Crotone, nel XXI secolo, e questi straccioni che raccolgono angurie e pomodori, rape e ravanelli, giustificano il transito di certificati di deposito dalla banca centrale europea alle succursali territoriali, le quali convertono questi certificati in fondi di investimento, buoni bancari, obbligazioni a breve, debito sovrano, nei confronti dei quali, il monte salari percepito dai braccianti agricoli, funziona allo stesso livello, anche se in proporzioni diverse, di quello dei contadini inglesi scacciati dalle pecore shropshire.
Questi straccioni sono dei proletari?
La piccola borghesia addottorata (gli incatenati), con ambizioni di media o, addirittura, grande borghesia, bruciava la sua rendita parassitaria, sottratta al capitale industriale (ce ne fosse stato da alleggerire a sufficienza!), in investimenti immobiliari nella città di Roma, dopo essere stata gabbata dalla bolla dot-com. Ringalluzzita dall’investimento nel mattone, che si rizzava e montava a due cifre, dirottava la rendita residua in rate mensili per l’uso promiscuo di automobili, adoperate come fossero vere campagnole, e in vestiti di sartoria fatti arrivare da Napoli, o in MBA londinesi per rampolli smaniosi di emulare i raffinati e effeminati coetanei milanesi e romani. Il fascino derivante dal mattone e dalla lamiera motorizzata, nonché dalle cravatte e dagli ombrelli partenopei, attirava il top delle giovani locali o esotiche, prese in leasing e sostituite, quando non più sode e toste, con copie di fattura altrettanto pregevole.
A parte Donna Franca e tre misericordiose vecchie – le uniche non mignotte del romanzo – non compaiono donne. Dove sono le altre donne di Crotone, cosa fanno, cosa pensano, dove abitano, come campano?
Il sottoproletario dell’esercito mobile reagiva all’erezione immobiliare con lo stesso entusiasmo e la stessa bêtise bovina dei protagonisti, ignaro del ruolo di spalloni fatto recitare ai dottori, e della trappola tesa dal capitalismo finanziario ai danni di quello industriale.
Se venissero liberati, gli incatenati vedrebbero il distaccamento provinciale e comunale dell’esercito nazionale composto da più di un milione di famiglie. Esercito che media il consenso e giuda le assemblee democratiche ad ogni livello.
L’aspirazione del capitalismo industriale, se avesse ancora la forza di imporre la propria volontà, sarebbe la standardizzazione parziale o totale delle funzioni di questo esercito, e la sostituzione dell’uomo con la macchina. D’altronde, la missione del capitale industriale, iscritta, prima che nella testa dei capitalisti, nella struttura stessa del capitale, è la sostituzione del lavoro vivo con il lavoro morto, dell’operaio con la macchina, del parlamentare con il calcolo computerizzato, della decisione politica con la previsione statistica, dell’elettorato attivo con l’algoritmo. Se fossimo ancora in un regime dove il capitale industriale comanda, dove a scuotere la storia è il contrasto tra le forze produttive e i rapporti di produzione, il parlamento sarebbe sostituito da un mainframe, e il milione di famiglie gettate sul lastrico. Ma siccome a comandare è il capitalismo finanziario, queste famiglie rimangono al loro posto, staccano la loro cedola, quota miserabile della cospicua rendita incassata dai paperoni della finanza.
Rimane il fatto che, dice Violi, si tratta di uomini spietati, dissoluti, che divorano plusprodotto industriale come cavalle egiziane, illetterati perniciosi, ottusi fannulloni che governano le città e lo Stato, dall’alto della loro ignoranza. Un’ignoranza che è come una benedizione che si manifesta così profonda da rimanere ignota a chi ne è afflitto, sino al punto da illuderlo di apparire al prossimo come un principe dello stand-up.
Per chi considera la strada come la sua cattedrale e gli ultimi i veri insegnanti, tutto ciò doveva presentarsi con la faccia bulimica della medietà consumista e proletaria schifata da Pasolini.
Se venissero liberati, gli incatenati vedrebbero alcuni negozi storici di Crotone con i battenti chiusi e il cartello «cedesi attività». Cartello affisso anche sulla serranda del bar di via Cutro. Vedrebbero la piccola borghesia bottegaia prosciugata dalla tassazione diretta e indiretta, dalle multe e dalle sanzioni, elevate per pagare gli interessi sul debito dello Stato. Vedrebbero le rate dei muti ipotecari non pagate deteriorare i crediti delle banche. Vedrebbero i bottegai accalcarsi alle sedi delle agenzie di riscossione, scrivere sui blog e su Facebook, chiedere minacciosamente che si proroghino i termini di pagamento mediante intervento diretto della legislazione ordinaria e che si costringano i creditori alla liquidazione del proprio credito dietro rimborso di una moderata percentuale, e ciò a favore di ogni bottegaio il quale possa dimostrare che il suo fallimento è derivato solo dalla stagnazione prodotta dalla Grande recessione e che il commercio è andato bene sino a Luglio del 2007.
Le proteste solitarie dei bottegai non servirono a nulla. Non ci fu modo di convincere il parlamento. Nemmeno la morte di un piccolo commerciante impiccatosi nel suo negozietto di casalinghi a Bologna riuscì a smuovere le coscienze.
Non siamo nelle Lotte di Classe in Francia, e nemmeno in Mi manda Picone, siamo a Kroton, tra quella gente orgogliosa e fiera e un po’ Bruzia che osò seppellire Sibari sotto un tappetino di limo.
Siamo in Italia, un paese dove il PIL è inferiore al debito pubblico, dove lo Stato è una mucca da mungere, e la rendita da interessi sul debito l’oggetto più ragguardevole della speculazione, e la borsa il mercato principale per l’impiego del capitale che voglia acquisire valore in modo improduttivo. In un paese del genere, una massa innumerevole di persone di tutte le classi borghesi o semi-borghesi è schifosamente attaccata ai mini schermi per controllare, dalla trading room di Class CNBC, il salire e lo scendere degli interessi pagati dallo Stato. Tutti questi partecipanti subalterni, dal dottore al commercialista, dal pensionato lombardo e emiliano, non trovano forse i loro naturali appoggi e i loro capi nella frazione che difende questi interessi nella misura più colossale? Qual è la causa del fatto che il patrimonio dello Stato cade nelle mani della finanza? È l’indebitamento crescente dello Stato, è la permanente eccedenza delle sue spese sulle sue entrate. Per sfuggire all’indebitamento, lo Stato dovrebbe limitare le spese, dovrebbe governare il meno possibile. Ma questa via è impraticabile, perché la borghesia finanziaria non solo ha bisogno di uno Stato indebitato, ma anche di un esercito di politicanti straccioni, convinti, a torto, di mungere la stessa vacca. Solo una frazione della borghesia può prendere parte diretta all’abbattimento dell’aristocrazia finanziaria, gli industriali. Non parlo dei medi, dei piccoli industriali, parlo dei principi della fabbrica. Il loro interesse consiste nella diminuzione dei costi di produzione; cioè nella diminuzione delle imposte, che entrano nei costi di produzione; nella diminuzione dei costi dello Stato, i cui interessi si trasformano in imposte; cioè nell’abbattimento dell’aristocrazia finanziaria. Ma ripeto, qui non siamo in Lotte di classe in Francia, siamo in Lotte di classe a Crotone. E siccome qui gli industriali non sono alla testa di niente, ma seguono il capitale finanziario, e nulla vedono e nulla sentono, devono accettare lo storno di parte dei profitti – che poi, chiamarli profitti, è un anacronismo. D’altronde, cos’è la riduzione del profitto per opera della finanza, in confronto con l’abolizione del profitto ad opera del proletariato?
Il proletariato emigra. L’esercito dei disperati è già in cammino, spedito, va verso l’inferno teutonico. Esercito di riservisti, bacino di precari, eredità di un territorio frantumato. Ultracinquantenni espulsi dal mercato del lavoro, che da mesi e mesi non percepiscono alcun assegno, in fila per salire su un pullman Flixbus, mentre la classe più repellente e sudicia, a bordo delle campagnole, li spruzza di fango.
L’incatenato, se venisse liberato, vedrebbe come stanno le cose, e niente potrebbe più impedirgli di dire la verità; una verità che presenterebbe come correttezza tra le parole e le cose, tra i pensieri e gli oggetti, una verità da computisteria, che esenta dall’Esserci, perché l’esistenza corrompe il rapporto tra il dato e il suo computo, tra il soggetto e l’oggetto. Se, una volta liberato, lo si sentirà cantare come Marracash e J-Ax e sbraitare contro la corruzione, che vede dappertutto, soprattutto nei partiti comunisti e nei sindacati tradizionali, eccetera, e lo si vedrà scagliarsi contro il tenace parresiasta, il quale avanza storto, stoico, sempre già presso le cose stesse, il pensiero zoppicante, la verità assunta come errore senza il quale non si potrebbe vivere, e l’erranza come messa in gioco di se stessi per far accadere la verità; se venisse liberato, vedrebbe i dati e le statistiche nazionali, i bollettini delle banche centrali, i rapporti del Censis, le banche dati di Eurostat, e li sommerebbe e tratterebbe e presenterebbe in dispacci e post come verità schiaccianti, succo di meningi iperuraniche, chiedendosi in continuazione, ma senza mai avere risposta: «Perché il proletariato non capisce? Perché il popolino non capisce? Perché i partiti non capiscono? Perché i sindacati non capiscono? Perché i crotonesi non capiscono? Perché il mondo non capisce? Perché nessuno mi capisce?».