A Taranto nemmeno i morti sono al sicuro. Su Ilva/AlcelorMittal e lo pseudo-dibattito in corso


di GIROLAMO DE MICHELE (in wumingfoundation, novembre 2019)


1. Archeologia del presente

Ci sono tre testi che tutti quelli che parlano di Ilva-Mittal dovrebbero conoscere, e per la più parte dicono di averli letti: le inchieste di Antonio Cederna del 1972 e di Walter Tobagi del 1979, e il romanzo La dismissione di Ermanno Rea.

Cederna, con due lunghi articoli sul Corriere della sera [«Taranto in balia dell’Italsider», 13 aprile 1972; «Taranto strangolata dal “boom”», 18 aprile 1972], evidenziava il nesso fra l’insediamento industriale attuato senza alcun rispetto per gli equilibri ambientali, la devastazione del territorio, e un’urbanistica impazzita:

«Una città disastrata, una Manhattan del sottosviluppo e dell’abuso edilizio, tale appare Taranto allo sbalordito visitatore. Stretta nella morsa della speculazione privata e di un processo di industrializzazione che si realizza al di fuori di qualsiasi piano di interesse generale, essa può ben essere presa a simbolo degli errori della politica fin qui seguita per il Mezzogiorno».

Tobagi [Walter Tobagi, «Il “metalmezzadro” protagonista dell’economia sommersa al Sud», Corriere della sera, 15 ottobre 1979, ora in Testimone scomodo (a c. Aldo Forbice), Franco Angeli, 1989, pp. 117-120] sottolineava «la “contraddizione” tra l’enorme concentrazione industriale di Taranto e il vuoto che c’è attorno», cogliendo le linee essenziali del rapporto fra città e fabbrica: captazione della ricchezza sociale all’interno della fabbrica, con l’impoverimento delle altre risorse del territorio; mancata restituzione al territorio della ricchezza prodotta; attitudine consociativa dei sindacati. In sintesi, scriveva,

«l’Italsider assicura una discreta quota di benessere medio, ma non ha determinato quel decollo della regione che molti speravano quando si gettarono le fondamenta di questa cattedrale della siderurgia. Le spiegazioni sono tante: mentre cresceva la fabbrica nuova, decadevano i cantieri navali e l’arsenale, che furono la prima base industriale della città».

Rea, infine, dipinge la figura allucinata e alienata di Vincenzo Buonocore, l’operaio che, incapace di concepire una vita senza la fabbrica, è disposto a smontarla lui stesso per poterla poi ricostruire in Cina.

In questi scritti, ad averli davvero letti e non solo spulciati, c’è tutto quello che ci sarebbe da dire oggi, con buona pace di chi continua a recitare la fiaba del (passato) modello di sviluppo trainato dal Centro Siderurgico, che con un salto logico incongruo diventa la premessa all’ineluttabilità della sua esistenza, dunque all’impossibilità di pensare un futuro per Taranto senza Fabbrica.

Da qui, le petizioni di principio di enunciati nei quali l’impossibilità di liberarsi dall’acciaio viene dato come presupposto, laddove sarebbe da dimostrare che sia davvero necessario, a fronte di giganti della siderurgia che producono in fabbriche di nuova costruzione a minore impatto ambientale, riciclando buona parte del materiale ferroso invece di estrarlo, con una maggiore qualità del prodotto finito, mantenere in vita un impianto produttore di acciaio di cattiva qualità, prodotto con tecniche vetuste e altamente inquinanti non solo a valle, ma anche a monte (con prelievi di minerali ferrosi inquinanti e senza controllo in Brasile), in una fabbrica con materiale in scadenza. Per non parlare dei molti pezzi usurati che, smontati per essere sostituiti, sono stati in realtà riverniciati e riposizionati: la quantità di impianto da sostituire ex novo è quindi ben maggiore di quanto “ufficialmente” non risulti, o di quanto si vorrà far risultare.

2. Alien

Per capire Taranto e la sua dipendenza dalla Fabbrica assassina, basta allargare la visuale e collocare la crisi del «polmone produttivo della Puglia» (così Nichi Vendola, in un memorabile intervento in un convegno, accanto a Riva ed Emma Marcegaglia, qui a p. 22) all’interno dalla crisi, negli anni Ottanta, dello Stato-crisi: della capacità di usare la crisi per ottenere una plusvalenza politica e un equilibrio nello scambio tra produzione della merce e salario.

Entro questa crisi di sistema, la crisi del modello di sviluppo che, a fronte della questione meridionale, incatenava la forza-lavoro meridionale alla catena che estraeva ricchezza al sud indirizzandone i flussi al nord attraverso la costruzione di cattedrali nel deserto governate da Torino, Genova, Milano. La crisi diventa così condizione sociale ed esistenziale in sé, con la precarizzazione dell’esistenza resa più acuta dal patto scellerato che delega la governance del territorio alle cosche mafiose (sovradeterminate dall’esterno: Campania e Calabria), ieri con pistole ed eroina, oggi con la circolazione di capitale illegale all’interno delle “lavanderie” locali.

La crisi a venire era anticipata ed esemplificata dalla figura dell’imprenditore Emilio Riva, ex venditore di ferro usato che svolazzando per il mondo alla ricerca di impianti in via di fallimento ha costruito un impero industriale. Allo stesso tempo, le navi liguri che trasportavano l’acciaio prodotto a Taranto, riterritorializzando altrove non solo i flussi di ricchezza della produzione, ma anche del trasporto, facevano segno a una feroce fuga dei cervelli, a una costante sottrazione dell’intelligenza collettiva jonica, alla quale piccole realtà militanti ed ecologiste locali, talora anch’esse contrassegnate dal va-e-vieni dei fuorisede, cercano di porre rimedio.

La Fabbrica – Italsider-Ilva-Arcelo Mittal – ha costituito per Taranto una sorta di Alien che, mentre la teneva in vita, le succhiava ogni risorsa vitale, fino a ucciderla. Avvelenandone non solo l’aria, con emissioni e polveri, e il sottosuolo, con scarichi dei quali tutt’ora si sa poco – come l’affiorare di catrame alla gravina Leucaspide, o le misteriose emissioni di gas nelle scuole del rione Tamburi –; ma anche devastandone la struttura sociale, e imponendosi come la tetra forma mentale di un destino al quale non si può sfuggire. Un mostruoso impasto organico di metalli e carni umane che attira le vite al proprio interno e chiede, come un moderno Minotauro, un tributo di morte in tumori e leucemie, che invade con le proprie metastasi i corpi, saturando di polveri sottili bronchi e polmoni.

È il prezzo pagato al mito del progresso e al Moloch lavorista che vuole il senso della vita coincidere con l’alzarsi tutte le mattine per andare a lavorare, fare i turni, e andarsene a casa con un salario che ti costringe il giorno dopo a tornare in fabbrica. Per crepare, se sopravvivi a quelli che ormai nessuno chiama più «omicidi bianchi», sputando veleno o agganciato ai tubi delle flebo e alle fiale di morfina.

Non serve essere semiologi o sociologi, allora, per capire che la crisi dell’Ilva-Arcelor Mittal è tutta interna al modello del valore-lavoro, del «lavoro bene comune», del paradigma lavorista novecentesco che è incapace di pensare la vita autonoma dal lavoro salariato. Non serve essere fini analisti per capire il perché non solo della compromissione con la fabbrica di partiti e politici chiara filiazione padronale – dalla vecchia DC alla moderna Lega di Salvini –, ma anche della subalternità di quei politici, partiti e sindacati «di sinistra» – da Vendola alla FIOM, da Bersani a Landini e Cremaschi – legati a doppio filo al modello lavorista e industriale.

3. Restare umani

Che Taranto sia incatenata a un modello di sviluppo per il quale il sottosviluppo del Meridione è prodotto da una accorta pianificazione – lo avevano dimostrato nel 1972 Luciano Ferrari Bravo e Alessandro Serafini in Stato e sottosviluppo, editato dapprima nella “famigerata” collana «Materiali marxisti» Feltrinelli – lo dimostra oggi il ruolo che a Taranto è stato assegnato nella gestione emergenziale dei flussi migratori: essere il primo hub di smistamento dei migranti al di fuori della Sicilia. Con accortezza, l’informazione giornalistica e televisiva evita di collegare i diversi arrivi – ultimi, l’Ocean Viking il 16 ottobre, e la Alan Kurdi il 3 novembre, frammentando in una narrazione episodica una continuità dell’emergenza di cui, con ammirevole spirito non umanitario, ma umano, una parte della comunità tarantina si fa carico, nonostante lo stato di crisi permanente.

C’è un episodio, accaduto 5 anni or sono, che merita di essere ricordato: l’11 maggio 2014, 380 profughi siriani furono accolti e ospitati in una struttura scolastica dismessa, adiacente a una scuola. Matteo Salvini, a Taranto per un tour propagandistico, cercò di soffiare sul fuoco della preoccupazione dei genitori degli studenti della scuola: «380 clandestini sbarcati a Taranto verranno gentilmente alloggiati in un ex asilo, in una ex scuola e in una palestra. Ovviamente a spese degli italiani. Dei genitori stanno occupando per protesta la ex scuola. E fanno bene! Avanti così, saremo noi i veri profughi…»

I genitori entrarono nella palestra, presero visione dei profughi e delle loro condizioni, e si organizzarono per portare loro coperte, materassini, latte caldo e giocattoli per i bambini: dimostrando che quando il comune si organizza, la Bestia fascio-propagandistica del razzista Salvini è una tigre di carta.

È da questo terreno di pratiche che è stato elaborato, lo scorso anno, il “Piano Taranto”, sottoscritto da Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, FLMUniti – CUB, Giustizia per Taranto, Tamburi Combattenti, Taranto Respira, TuttaMiaLaCittà, singole e singoli cittadine/i. In conclusione del quale si legge:

«Taranto non può più essere il tappeto sotto al quale il Paese nasconde la sua “polvere”: industrie tenute sul mercato unicamente dalla possibilità di non rispettare norme ambientali e di sicurezza sul lavoro, di non innovare e di non virare verso la transizione energetica. Né i tarantini e le tarantine possono essere considerati sacrificabili per garantirne il profitto. Stando così le cose è facile immaginare come la riconversione salvifica del territorio non potrà essere proposta da quanti traggono i propri privilegi ed il proprio potere dalla conservazione dello stato di cose. È in quest’ottica che poniamo questo lavoro al centro del dibattito cittadino quale patrimonio di riflessione comune e base per la programmazione di una riconversione in grado di riscattare il nostro territorio e ridare dignità alle persone che lo abitano. Da subito».

4. «Taranto non può vivere senza la Fabbrica»

Eppure, non c’è formazione o leader politico che non abbia, non importa con quale buon uso della lingua italiana, recitato il mantra del «Taranto non può vivere senza la Fabbrica».

Un mantra che fa di Taranto un luogo neutro e vuoto, una volta cancellato il tributo di sangue e tumori pagato dai tarantini. Un mantra che, con un’altra capriola logica, predica la ricerca del bravo imprenditore che risanerà la Fabbrica, o del buono e bravo Stato che, nazionalizzandola, la risanerà: ignorando la sostanza dell’imprenditoria orientata solo al profitto, o l’incapacità di una pianificazione industriale, pubblica o privata che sia, di lungo periodo.

Nel quale, peraltro, i tarantini saranno probabilmente tutti morti, e sepolti in un cimitero nel quale le lapidi sono rosate, perché le bianche si tingono subito della polvere rossa della Fabbrica: come in un incubo benjaminiano, neanche i morti sono al sicuro, a Taranto, se questo nemico non smette di vincere.