Riflessioni letterarie a partire dalle cronache del Boomernauta


di Vanni de Simone

Questo nuovo testo di Giorgio Griziotti, Cronache del Boomernauta, Mimesis, 2023, lo si potrebbe descrivere, tra le molte cose, e a causa degli innumerevoli stimoli culturali e analitici che ne derivano, il seguito del suo Neurocapitalismo, Mimesis, 2016. A metà tra il saggio e la narrativa, il volume si muove in maniera agile tra tematiche e problemi che riguardano generazioni presenti (boomeranuti, chi è nato durante o dopo il boom economico) e future, ma la cui soluzione, a nostro avviso, non appare al momento individuabile.

Siamo nel bel mezzo di quella fase geologica chiamata Antropocene, afferma Griziotti, e molte e complesse sono anche le domande che sorgono dal volume, tra le quali ne estrapoliamo alcune, ma che non esauriscono certo l’elenco: cos’è la fantascienza; qual è lo scopo della fantascienza; chi sono i boomernauti; cos’è l’itanglese; qual è’, nel nostro sofferto tempo, il concetto di realtà? Addirittura il rapporto, assai interessante e coinvolgente (e del quale ci siamo occupati in passato), tra oralità e scrittura.

Ovvio che in questa sede non si possono affrontare tutti gli interrogativi dell’autore, ma particolarmente interessante appare l’ironico concetto di ‘itanglese’, vale a dire della mescolanza di inglese e italiano – soprattutto nei giornali – in un paese come l’Italia, dove (a cominciare dalle acrobazie linguistiche di certi ‘politici’ italiani), la lingua inglese è una specie di ectoplasma sempre evocato e mai manifestatosi, e che rende certi articoli di economia una specie di libro dei morti. E si può affermare, senza apparire ridicoli, che nei telegiornali (di qualsiasi natura) si raccontano fatti reali? O che sulla stampa (di ogni tipo e matrice) le notizie riportate corrispondano al ‘vero’, al reale? In tal senso la fantascienza, come struttura creativa, è sottoposta, più di altre tematiche, a una manipolazione politica. Viviamo un’epoca di transizione verso nuovi mondi, nuove interpretazioni della Storia, ed è in questa ottica che Cronache del Boomernauta si inserisce. Il testo propone (ripropone?), tra i molti stimoli sopra indicati, quello (fondamentale) del rapporto tra narrazione realistica e fantastica, tra tecnologia e distopia. La fantascienza è sottoposta, più di altre tematiche letterarie (e non solo), a tale manipolazione, esattamente come il concetto di ‘realtà’. Del resto, dopo un’occhiata veloce a qualsiasi giornale o telegiornale, ci si accorgerà che il concetto di ‘realtà’ varia a seconda delle circostanze, degli equilibri politici o dell’articolista in oggetto.

Gilberto Pierazzuoli, in La smaterializzazione della realtà (doc PerUnaltracittà.org), afferma: ‘L’esperienza della realtà e delle cose reali che la popolano è in funzione dell’uso e del consumo delle cose stesse. La differenza tra cose da consumare rispetto a quelle da usare soltanto, non è di poco conto’. E riporta poi una citazione di Hannah Arendt, (Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1994).

“[Le] cose fatte per il consumo incessante appaiono e scompaiono in un ambiente di cose che non sono consumate ma usate e, alle quali, usandole, ci adusiamo e abituiamo. In tal modo, queste cose danno origine alla familiarità del mondo, ai suoi costumi e alle modalità abituali dei rapporti tra uomini e cose come anche tra uomini e uomini: Ciò che i beni di consumo sono per la vita dell’uomo, gli oggetti d’uso sono per il suo mondo”.

Pierazzuoli, sempre basandosi sull’intervento della Harendt, riporta ancora che ‘c’è qualcosa di ancora più effimero e sono i ‘prodotti’ dell’azione del discorso, la cui realtà dipende dalla pluralità umana, dalla presenza di altri umani che, nel sentirli, ne testimoniano l’esistenza. Non discostandosi così dalla concezione heideggeriana per la quale l’esistenza delle cose, in prima istanza, dipende dalla loro usabilità. Allora, la cosalità effettiva, e quindi permanente delle cose, si ottiene, per quanto riguarda la produzione discorsiva e del pensiero, nella loro conservazione, nella memoria orale, o su altri supporti esterni che le rendono disponibili per una successiva usabilità. Già qui la differenza tra memoria orale e quella su supporti diversi, rimanda a due ambienti, a due punti di arrivo abbastanza diversi. La memoria orale è più elastica, meno strutturalmente definita, perché è profondamente segnata dalla circostanza, dalla contingenza, dal dialogo, dall’atto linguistico. Mantiene un carattere in divenire continuamente modificato dall’uso. Soltanto la sua iterazione formalmente identica le permetterebbe di divenire abitudine e con essa sostanziarsi”.

Enrico Conte, in Mediterraneo, rivista culturale on line, ribadisce invece che i tempi attuali sono di ‘una realtà aumentata ma di immaginario senza sogni, in un mondo reale che cerchiamo di non vedere, mettendoci un filtro virtuale dietro cui rifugiarci (Subsonica)’.

La relazione tra i vari piani, il creativo (la scrittura) e il quotidiano (l’oralità o i giornali), è dunque più complessa di quanto appaia. Essi, che a prima vista possono apparire assolutamente distanti, lo sono meno di quanto si creda. Non ritengo che esista un confine assoluto tra loro: qualsiasi opera estetico/creativa, cinematografica o letteraria o pittorica o fumettistica o altro, ha un rapporto di incontro/scontro con la realtà, per cui non potrà mai essere completamente realistica né tantomeno assolutamente fantastica, in quanto questi elementi si intersecano, scontrano e fondono all’interno di un processo costante e ineludibile. Non possono esistere, in campo artistico, due mondi così distanti, perché l’uno si alimenta dell’altro e viceversa.

Il cosiddetto realismo letterario delle opere contemporanee, (che non è, si badi bene, quello della corrente realistica del dopoguerra), ricrea un’immagine capovolta della realtà. Non costituisce o restituisce, nonostante la iperinflazione da notizia da cui deriva, alcuna via di fuga (o scampo) verso la verità. Questo corto circuito rende inutile non l’immaginario in quanto tale, ma la rappresentazione (artistica) della realtà così come appare, perché il fatto reale supera in inventiva di gran lunga qualsiasi elaborazione letteraria.

La rappresentazione artistica dovrebbe dunque porsi super partes, rappresentare l’evento reale e trasfigurarlo per renderlo in qualche maniera puro e astratto. Non nel senso di una lontananza dal mondo, ma, al contrario, di una sua grande vicinanza illustrativa. Come dire che la rappresentazione mimetica propria dell’arte realistica è andata in corto circuito perché le sue raffigurazioni danno delle specie di fotografie sempre sfocate dei mondi che ritraggono, mentre oggi, la tecnologia, la realtà virtuale, l’intelligenza artificiale, sono ormai parte ordinaria del mondo, dando impulso a una sua rappresentazione a specchio.

In questa ottica, il neorealismo italiano, che pure produsse opere di altissimo livello, o quello (screditato in occidente), del realismo sovietico, ancorato quest’ultimo a una visione falsificata dell’opera creativa, sono da ricondursi a una concezione contrapposta a quella di ‘fantastico’, non tanto della fantascienza, ma del fantastico inteso come contenuto più ampio e inclusivo. L’opera creativa è, sempre, prima di ogni altra cosa, un prodotto della fantasia e della capacità elaborativa dell’artista, non la fotocopia di fatti reali, anche questi, nella loro interpretazione, derivanti da fattori politici o manipolativi di varia specie.

La velocizzazione della realtà ha fatto sì che la scrittura fantastica non possa più essere di tipo speculativo su un tempo futuro. Cioè, “il romanzo di anticipazione” non ha più quasi motivo di esistere. Le speculazioni, a differenza del passato, invecchiano più velocemente della contemporaneità, non riuscendo più a tenere il passo con i continui rivolgimenti del mondo, e la funzione del fantastico dovrebbe essere quella di un’analisi di un presente in mutazione costante. In tal modo il fantastico diventa un mezzo (un medium?) di comprensione di tale mutazione, di tale ininterrotta metamorfosi della realtà. E’ in questa ottica che il fantastico diventa a sua volta realtà, quando funge da lente di rifrazione e poi di ingrandimento. La quale, se in apparenza deforma, contemporaneamente mette a fuoco, contribuisce alla giusta percezione o alla visione delle cose: la metaforizzazione del tempo presente in funzione della comprensione del tempo presente medesimo.