ILVA: l’unica scelta libera ce l’aveva il governo

di RITA CANTALINO (in asud.net, settembre 2018)

Prologo
È difficile scrivere qualcosa su quello che sta accadendo a Taranto in questi giorni per una ragione molto semplice: non c’è niente di nuovo. Che il popolo tarantino fosse stato sacrificato sull’altare del progresso e del profitto era un  dato che avevamo acquisito già da tempo. Che ogni reale tentativo di mettere un freno a questa situazione dovesse cadere nel vuoto, lo avevamo visto nel 2012 con il decreto Salva Ilva, che mandò a farsi benedire il lavoro di indagine della gip Todisco e di fatto violò 17 articoli della Costituzione, imponendo la riapertura e la ripresa della produzione di un impianto sequestrato.
Che i tarantini debbano continuare a morire è una cosa che si dice dall’inizio degli anni ’70, quando appunto divenne palese che erano condannati a farlo. Quando cominciarono le denunce, le accuse di allarmismo e tutto quel teatrino che accompagna la difesa strenua dei territori da parte di chi li vive, e la rivendicazione del diritto a spolparli da parte di chi se ne appropria.
Chi scrive non è mai stato di parte rispetto a questo o quello schieramento politico, ha sempre voluto fare dei conflitti ambientali la lente per guardare a questo paese e alle sue contraddizioni, annoverando tra i buoni quelli che pensavano che chi abita un territorio debba decidere cosa ci accade, e che nulla debba ledere questo suo diritto e quello alla salute, e tra i cattivi quelli che invece si imponevano per sopraffare questi ultimi, per arricchirsi o arricchire qualcuno, sulla pelle di qualcun altro.
Non c’è nulla di complicato in questo, come non c’è nulla di complicato in quello che è accaduto a Taranto, dove si è consumata una scelta in questo senso da parte del governo, e dove si è consumato il tradimento da parte di chi aveva promesso di combattere il mostro e ha deciso poi di lasciarlo vincere, come sempre.
 
Una suggestione
Scrivere semplicemente di quello che sta accadendo in questi giorni a Taranto sarebbe un’operazione che lascia il tempo che trova; chi vuole sapere sa già, chi non sa, non ci capirebbe molto, senza andare a ritroso nel tempo.
Su youtube sono disponibili molti video della costruzione dello stabilimento accanto al quartiere Tamburi, e sono tutti ugualmente impressionanti. Ci sono enormi macchine che sradicano ulivi millenari e riducono in poco più che calcinacci masserie secolari, per lasciare spazio a “un’immensa prateria senza ombre né segreti, senza più canto di vento”, dove sarebbe dovuto sorgere l’altare del progresso, la più grande acciaieria d’Europa, il tempio della crescita. Sono tutti uguali, una voce cadenzata racconta di una civiltà millenaria rassegnata, lenta e sonnolenta che dal nulla si è risvegliata e come fuoco guizza ansiosa per raggiungere un domani metallico e artificiale. Il progresso è esaltato come un idolo, una divinità vera e propria, di fronte alla quale non battere ciglio nel sacrificare il proprio figlio primogenito, la propria terra.
 
Nel sangue dell’eroe
Ma se di divinità si trattava, doveva essere una di quelle divinità pagane beffarde, incuranti delle sorti dell’uomo e forse addirittura malvagie nei suoi confronti, vendicative per chissà quale affronto. Sempre su youtube e sempre per gli appassionati del genere si può trovare un documentario del 1962 di Emilio Marsili: “Il pianeta d’acciaio”, dedicato alla nascita delle acciaierie che hanno fatto grande questo Paese, imponendo il proprio contributo al boom economico e lasciando dietro di sé una scia di morti e feriti. La solita voce narrante che racconta le immagini che si susseguono compie esattamente questa operazione: dà corpo e anima all’acciaio e lo presenta come “una creatura tremenda, veramente un mostro e per poterlo domare e trasformarlo in cose l’uomo deve farlo impazzire col fuoco”.
L’unico modo per domare il mostro è il fuoco, ma quello che il documentario di Marsili non ci dice è che il mostro si vendica, e si annida nel sangue dell’eroe che lo doma, e lo avvelena giorno dopo giorno, generazione dopo generazione.
L’acciaio i tarantini ce l’hanno nel sangue, nei polmoni, nel dna. I bambini del quartiere Tamburi hanno quoziente intellettivo inferiore alla media dei loro coetanei, apprendono meno e più lentamente. I problemi respiratori e cardiovascolari e tumorali dei loro genitori, quando non glieli portano via, accrescono il numero di ricoveri e ospedalizzazioni della città in una maniera che è così plateale che nessuno lo nega più. I cittadini di Taranto cadono come soldati in una guerra che nessuno gli ha detto che avrebbero combattuto, in una guerra in cui si sono trovati a loro insaputa, cosa che deve essere decisamente peggiore di quella di sorprendersi a possedere una casa con vista sul Colosseo.
 
La scelta di Achille
Eppure c’è chi dice che non è così, che i tarantini sono soldati consapevoli e che hanno scelto volontariamente di scendere in battaglia. C’è chi dice che questo è il migliore degli accordi possibile perché rispetta la volontà della città di mantenere lo stabilimento. Uscendo dalla metafora, mandando a casa i mostri e in licenza i soldati, la convinzione diffusa è che questa sia la migliore delle soluzioni possibili, che così la città sarà salva, che è questo quello che volevano gli operai che di Ilva vivono e di Ilva muoiono, che di questo ha bisogno Taranto: che l’Ilva resti in piedi, che sia designato un nuovo custode al tempio.
Del resto, come potrebbe essere altrimenti? Con l’Ilva si mangia, si beve, si va in vacanza al mare e in montagna. Con l’Ilva si compra la tv, si pagano le rette universitarie di quei figli lontani, andati a studiare altrove. Si compra il guinzaglio al cane, si ricarica il cellulare e si paga la bolletta della luce. Si comprano i detersivi, si paga il canone RAI, si prenotano i viaggi per andare negli ospedali al Nord, per curarsi. Con l’Ilva si fanno un sacco di cose, e poco male se tra le tante si muore pure. Tutti dobbiamo morire, ma prima di morire dobbiamo mangiare, bere, andare in vacanza, pagare le rette eccetera.
Perché questa poi sarebbe la scelta, una contemporanea trasposizione sfigata della scelta di Achille: un duplice fato conduce i tarantini alla morte, da un lato una fine prematura e dolorosa, ma una vita vissuta quanto basta a renderla vivibile, dall’altro lasciare il campo, deporre le armi e rinunciare, condannandosi a una salute lunga e vuota, condotta nella terra dei padri, a invocare la morte perché perduto sarebbe il senso della vita.
Pazzo e criminale è chi ritiene che questa sia una scelta libera.
 
C’è qualcosa che non torna
E però c’è qualcosa che non torna in tutta questa vicenda, e non torna in maniera così plateale che è uno scandalo che chi lo urla non venga ascoltato. Può davvero essere tutto? Può davvero doversi chiudere  così la vicenda? Questa è una storia che inizia da lontano e che in teoria è tutta da scrivere, ma ogni volta che qualcuno prende la penna in mano continua a restare invischiato nella stessa vicenda, come se non ci fosse altro modo, come se non avesse strumenti e mezzi per rompere quella narrazione e cominciarne un’altra, inventare un altro mondo. Nessuno resta mai davvero imprigionato in una storia, anche in questo caso si tratta di una scelta: è possibile una Taranto senza Ilva? Forse la risposta è che non è possibile questa Taranto senza Ilva, ma chi lo ha detto che Taranto debba essere questa?
Prima che arrivasse l’acciaio, quando ai Tamburi c’erano le rose e la gente ci andava a respirare l’aria buona per curare i problemi respiratori, quando di sera si vedevano le lucciole, quella non era Taranto? Quando nel mar Piccolo si coltivavano le ostriche, in che città si stava? E l’obiezione è che non c’era lo sviluppo? Non c’era il progresso? In quella città si produce con tecniche così vecchie e lo stabilimento è così in perdita che è un miracolo se arriverà a diec’anni di sopravvivenza da oggi. Se alle cifre che l’Ilva perde ogni giorno (un milione di euro, ogni giorno) sommassimo quelle che di Sanità si spende per curare o seppellire i tarantini, e se a queste aggiungessimo quelle delle cinquecento vite spezzate da quando lo stabilimento è aperto (sì, sono 500 i morti sul lavoro solo in acciaieria da quando esiste), e facessimo una stima di quanto potrebbero portare alla città i contributi di tutti i giovani che, appena possono, fuggono il più lontano possibile, e al calcolo imponessimo anche queste cifre, quanto colossale sarebbe l’investimento che si potrebbe fare per disegnare da capo Taranto?
E ALLORA, IN TUTTA QUESTA VICENDA, L’UNICA SCELTA LIBERA È QUELLA OPERATA DAL GOVERNO IN QUESTI GIORNI.
L’unica verità che possiamo dire è questa: la soluzione attesa da chi aveva promesso e si era ripromesso di mettere fine al massacro che da decenni silenziosamente si è abbattuto sulla città, al solito meccanismo che arricchisce pochi, ammazza molti e mette sotto ricatto tutti, è stata semplicemente riconfermare quello che negli ultimi sei anni ogni governo, di ogni forma e colore, ha perpetuato. Ogni cosa: il ricatto occupazionale, nessun vincolo reale sulle bonifiche, nessun progetto di riqualificazione, addirittura la vergognosa clausola di immunità penale garantita dal governo Renzi a chiunque avesse ripreso lo stabilimento.
Nessuno chiedeva al governo di mettere per strada oltre 10000 famiglie: quello che si chiedeva era una soluzione politica che spezzasse il ricatto tra lavoro e salute. Si chiedeva una visione ampia, che rispondesse alle esigenze di una città senza condannarla a morte. Si chiedeva una visione altra, che puntasse alla crescita della città sviluppandola secondo le proprie capacità, mettendo fine a quarant’anni di imposizione di una vocazione industriale che Taranto non ha avuto mai. Si chiedeva di non sacrificare ancora una volta i tarantini sull’altare degli interessi politici ed economici di chi se ne sta da un’altra parte a ingrassare sul disastro. Si chiedeva di abbattere il mostro, e non divenire suoi sodali.