Gioia Tauro: i portuali pagheranno tutto al posto dell’azienda?


di ELISABETTA DELLA CORTE (in Sudcomune, agosto 2019)

La notizia era nell’aria e ha dell’incredibile: i portuali di Gioia Tauro, licenziati nel 2017 e poi riammessi dopo il giudizio del tribunale di Palmi, dovrebbero restituire all’Inps i soldi percepiti nel periodo di cassa integrazione.

Ripercorriamo brevemente alcune tappe di questa surreale vicenda. Negli anni che hanno preceduto la crisi del porto di Gioia Tauro, la Medcenter container terminal (MCT), la multinazionale italo-tedesca che per decenni aveva gestito il porto, aveva assunto con contratti a tempo determinato circa 300 lavoratori. Dopo vari rinnovi, superati i limiti di legge, un giudice decise che quei portuali dovevano essere assunti dall’azienda a tempo indeterminato3.

Nel 2016 l’azienda decide di licenziare 442 lavoratori, motivando il taglio con la crisi e il ridursi dei volumi di traffico. In quell’anno a novembre, dopo un debole tentativo di trattativa da parte del sindacato, 400 operai rimasero fuori dai cancelli, ma venne promesso loro che sarebbero stati ricollocati attraverso l’Agenzia del lavoro di cui parleremo tra breve4.

L’azienda tagliò, quindi, dal proprio bilancio i salari dei licenziati, che finirono, invece, nel girone della cassa integrazione straordinaria INPS.

Intanto il malcontento e le proteste dei lavoratori aumentavano. A metà del 2017, Governo, Regione Calabria, MCT, i sindacati CGIL, CISL; UIL, UGL, ad eccezione del SUL, firmano al Ministero delle infrastrutture e dei Trasporti- allora capeggiato dal Ministro Delrio (Governo Renzi), l’intesa quadro per rilanciare il porto. Questo accordo prevedeva che 380 lavoratori sarebbero tornati a lavoro tramite l’Agenzia per il Lavoro, finanziata con 20 milioni di fondi pubblici; altri 150 milioni erano, invece, previsti per rilanciare il porto e realizzare le opere infrastrutturali necessarie per la diversificazione dei traffici. In sintesi, per tre anni gli operai licenziati sarebbero finiti nell’Agenzia del lavoro, con meno diritti e l’alea della precarietà, mentre 150 milioni di euro finivano nel pozzo senza fondo degli investimenti infrastrutturali, a vantaggio d’imprenditori e grandi costruttori.

A marzo del 2018 con le elezioni, con il nuovo governo M5s e Lega, Graziano Delrio cede le redini del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a Toninelli, e riparte così, in nome del rilancio e dello sviluppo, il giro di visite del nuovo ministro a Gioia Tauro e di ‘’pellegrinaggi’’  al Ministero, a Roma.  Intanto anche al porto c’è un passaggio di mano: MCT cede la gestione del porto, in crisi, a Mediterranean Shipping Company (MSC).

Intanto qualcosa però si era inceppato nel tentativo di precarizzazione del lavoro. Dopo il ricorso dei lavoratori licenziati del 2017 d si aprono degli spiragli. I giudici di Palmi (sezione lavoro), tra il 2018 e il 2019, sentenziano che la MCT non può licenziare e oltre al reintegro dei lavoratori, l’azienda avrebbe dovuto pagare le mensilità non corrisposte[. In seguito, in Corte d’appello, a marzo del 2019, è stata ribadita l’illegittimità dei licenziamenti, ma non il pagamento delle mensilità del periodo di disoccupazione. A questo punto, si arriva all’ultimo atto. Quest’anno, dopo ferragosto, proprio mentre anche il nuovo governo traballava per poi cadere, l’INPS ha inviato una lettera agli ex licenziati poi riassunti, e non all’azienda, chiedendo la restituzione della somma percepita come indennità di mancato avviamento (Ima), da agosto del 2017 a novembre del 2018. Si tratta di circa 20mila euro a testa, da rendere entro il 19 settembre di quest’anno con un unico versamento oppure a rate.  E’ chiaro che i soldi ricevuti sono serviti per sopravvivere in assenza di salario, per cui appare abbastanza bizzarro che debbano restituirli proprio i lavoratori licenziati e poi riassunti.

Ora i portuali, a partire dalla ricezione della missiva INPS, avranno 90 giorni di tempo per reagire, ricorrere nuovamente alle vie giudiziarie, nel tentativo di evitare oltre al danno la beffa: licenziati dall’azienda e costretti a restituire i soldi della cassa integrazione; come se quella sospensione dal lavoro fosse stata una loro scelta e non imposta da MCT.

Anche se questa storia appare surreale, se il parere dovesse essere sfavorevole, centinaia di persone saranno costrette a indebitarsi e a restituire ciò che, invece, era loro dovuto, subendo per l’ennesima volta un sopruso.