Intorno all’esperienza municipalista di Cosenza


di CARLO CUCCOMARINO, in Sudcomune. Biopolitica Inchiesta Soggettivazioni, n. 1/2, Deriveapprodi 2016


Riportiamo di seguito l’ottima ricostruzione di Carlo Cuccomarino sul movimento municipalista di Cosenza dei primi anni del duemila, pubblicata sul numero 1/2 della rivista Sudcomune. Un testo utile per conoscere le modalità e i passaggi cruciali di quella esperienza ed anche per riprendere la discussione sull’agire politico e la creazione di nuove istituzioni.

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E’ all’ordine del giorno nel dibattito sull’Europa il tema della costruzione di nuove istituzioni del comune e della conquista elettorale dei governi municipali. Il ragionamento  sulle città che si è aperto negli ultimi anni, su come in esse possiamo immaginare e praticare una azione politica all’altezza delle trasformazioni in corso, ci ha convinto che possa essere utile il racconto di una sperimentazione tentata anni addietro in Calabria, a Cosenza. Reinventare la democrazia, e con essa la città, è stato in ultima analisi ciò che abbiamo tentato e appreso in quella esperienza. La città va reinventata quanto la democrazia, questo ci sembra il punto: far crescere e moltiplicare la potenza espressiva dei governati di fronte ai governanti. La città deve essere assunta per ciò che è diventata: non solo una circoscrizione amministrativa interna allo Stato ma un luogo di cattura della cooperazione sociale, un luogo di concentrazione di capitali finanziari, di scarico terminale del debito e della dismissione dei compiti del welfare. Il luogo della  mobilità dei migranti e dei precari ecc. ecc. La città è anche lo spazio della costante sperimentazione e reinvenzione di pratiche di cittadinanza, che si esprime dalle lotte (casa, trasporti, diritto allo studio e alla  salute ecc.) come nella presa di parola dei governati in merito al governo delle proprie vite.

Suggestioni

A febbraio del 2002, dopo il World Social Forum di Porto Alegre, comincia in molti Comuni italiani un processo di individuazione delle possibili strade innovative (e alternative) della democrazia e dello sviluppo locale. La tendenza di tale processo, tra l’intenzione e la realizzazione concreta, insisteva sul passaggio dalla condivisione di un orientamento alla sua traduzione in politiche territoriali e urbane. Tutto ciò era immaginato come il risultato di una discussione collettiva profonda e di un impegno organizzativo che coinvolgeva i Comuni, gli intellettuali, le associazioni, i militanti politici, gli operatori, i tecnici, i professionisti eccetera. Il dibattito allora ruotò intorno alle seguenti questioni:

  • La democrazia municipale è una diversa e più avanzata forma della democrazia. Essa viene proposta come un diverso sistema di relazioni tra governo locale, territorio e società. La democrazia municipale, in particolare, è un rilancio del rapporto tra democrazia diretta e rappresentanza. Essa può darsi attivando istituti intermedi di partecipazione alle decisioni strategiche e alle politiche e azioni concrete dei governi locali.
  • La democrazia municipale è una alternativa al governo gerarchico del territorio. Essa è sviluppo di autogoverno locale. Quest’ultimo è volto a valorizzare quel “terzo attore” tra Stato e Mercato, conferendogli spazio e rappresentanza negli istituti partecipativi.
  • La democrazia municipale è un’alternativa, è democrazia sostanziale, includente, attiva, scritta nelle azioni buone e positive effettivamente condotte, nelle iniziative efficaci e socialmente condivise di trasformazione della società locale. Ciò comporta che tutti i soggetti di tale processo si impegnino ad attivare costituenti processi partecipativi strutturati, inserendo gli obiettivi e le modalità del processo stesso nei propri statuti.
  • I Comuni, impegnati nell’apertura di ogni possibile spazio pubblico e di ascolto, diventano supporto e confronto con le esperienze di autorganizzazione dei soggetti sociali nel territorio e considerano i conflitti come possibili generatori di partecipazione e di democrazia.
  • L’orizzonte della democrazia municipale indica un’altra prospettiva di sviluppo inteso come valorizzazione dei caratteri distintivi del territorio e attivazione delle energie endogene dei soggetti locali autorganizzati. Vengono così posti al centro della discussione nei processi partecipativi strutturati questioni sostanziali di scenari di sviluppo fondati sull’autovalorizzazione delle risorse locali.
  • La costruzione della democrazia municipale è un processo. In questo processo, allora in corso in molti comuni italiani, erano importanti il cammino e l’orizzonte e i principi stessi di riferimento che abbiamo sin qui brevemente riassunto e richiamato.

Una seconda suggestione che si fece contemporaneamente spazio alla discussione collettiva di Porto Alegre riguardava l’Europa, tema che da allora divenne dominante nei movimenti sociali e anche nello scenario politico istituzionale. Nel 2003 si era infatti dato inizio al turno italiano della presidenza europea e ciò ci metteva di fronte al fatto che si stava scrivendo una costituzione in Europa: che i governi, gli stati, le banche centrali e le forze parlamentari, stavano scrivendo una costituzione chiamata “Convenzione”. Era insomma il momento di definire la nostra idea di Europa data peraltro l’insufficienza dei due grandi schemi che venivano proposti: l’Europa dei macro-stati o l’Europa superstato. Per intenderci: questa Convenzione veniva scritta con il mancato riconoscimento della nuova dimensione del lavoro, senza che si affrontassero le questioni centrali della vita dei cittadini e delle cittadine europei. La flessibilità veniva introdotta esclusivamente per rompere la rigidità del lavoro e quindi per eliminare le rivendicazioni soggettive legate ai diritti delle persone. Stiamo parlando della nuova forma di lavoro, in particolare di quell’enorme bacino di lavoro che elegantemente veniva chiamato “new economy” e che noi già definivamo post-fordista, cioè tutto quel lavoro materiale e immateriale che era dentro una dimensione produttiva in cui la fabbrica è diventata la società intera, una dimensione slegata dalle dinamiche produttive che avevamo conosciuto nel secolo  passato. C’è da aggiungere che noi pensavamo globalmente, ma sapevamo chiaramente che il globale è articolato al suo interno in una serie di dimensioni storiche e culturali ricche e dotate di significato. Quindi un globale formato da molti spazi che non possono più essere quelli statuali tradizionali. La sovranità statale, così come si era organizzata e si era andata formando nei secoli precedenti, infatti, sembrava giunta al termine e quindi l’Europa iniziava a prefigurarsi come il soggetto fondamentale per costruire una nuova prospettiva politica. Già all’epoca, in altri termini, l’Europa è per noi necessaria. A questo punto la domanda sorgeva spontanea: “quale Europa?”, non era sufficiente dire “occorre un’Europa politica” o una “unità politica europea”, perché questa unità politica la si poteva costruire in diversi modi: in modo subordinato rispetto agli Usa, oppure in modo a sovranità limitata. Questo avremmo avuto il modo di verificarlo nella “costituzione europea” perché alcuni principi avrebbero potuto configurare l’Europa in modo contraddittorio rispetto alle strategie statunitensi, oppure su questioni centrali sarebbe potuta esserci una totale rimozione. La Convenzione che nel 2003 si provava ad abbozzare lasciava presumere che quest’ultima fosse la strada che ci si accingeva a imboccare. Una strada che, ad esempio, su alcune questioni determinanti come “ordine politico”, “diritti sociali” e “cittadinanza europea” rimuovevano il problema. Habermas, dal canto suo, sosteneva fosse sufficiente una costituzione che conservasse i diritti fondamentali che l’Europa aveva acquisito nella sua storia, in particolare nel corso del secondo dopoguerra. Habermas ci consegnava una visione conservatrice della costituzione europea, il meccanismo della Convenzione innescava un processo difficilmente reversibile e da parte di molti si palesa un incredibile sforzo affinché la Convenzione non diventi in alcun modo costituente. Da parte nostra, nella cornice di Porto Alegre, il ragionamento non poteva che essere interrogativo ma teso: quando eventi enormi appaiono c’è sempre una precedenza dei movimenti rispetto al politico. Sono i movimenti che prefigurano il politico, sono i movimenti solamente che danno a quelle che sono le realtà politiche dei sensi e sono i movimenti solamente che possono portare le realtà politiche al di là di quello che sono. Il processo costituente è in atto. Come si fa a rendere l’Europa oggi quello che vogliamo? quello che i movimenti vogliono? cioè il paradigma di un modello globale di democrazia assoluta, di democrazia radicale?

Il nesso tra la questione europea e il municipalismo

Rientrando a casa, da Porto Alegre, cominciammo a declinare sui rispettivi territori tali tematiche e divenne naturale cominciare ogni nostro incontro pubblico con i seguenti assunti: il Comune non può essere una “questione numerica”, né meramente un’entità burocratico amministrativa. Le odierne amministrazioni comunali sono la traduzione contemporanea dell’essere comune. Queste cellule, che per essere vitali vanno preservate nella loro unicità, contengono tutte le potenzialità che rendono il nostro paese così unico e così grande, pur nella sua complessità. Anche se la gestione dei servizi comunali richiede capacità manageriali, i Comuni non sono aziende. Nella nostra cultura le aziende non hanno la carica simbolica di ogni nostro comune che, fin dalle sue origini, è stato il luogo di primaria identificazione dei suoi abitanti, di quelli nati al suo interno come di quelli, da sempre numerosi, provenienti da fuori. Attraverso l’acquisizione di pratiche sociali, stili di vita, abitudini e percezioni ogni connazionale è innanzi tutto il cittadino di un Comune. Da secoli è sul territorio del Comune che si misura e si realizza l’integrazione reale dell’individuo. Mantenere la ripartizione territoriale dei Comuni significa assumere la nostra storia nella sua interezza e una concezione del federalismo fondata sulla partecipazione e la solidarietà. Bisogna, dunque, prendere coscienza della rilevanza vitale dei Comuni perché non si possono ignorare i fondamenti della nostra cultura e di un modo specifico di fare politica. Detto ciò, era quanto mai chiaro che il nesso tra la questione europea e quella del municipalismo diveniva evidente (o meno) a partire dalle capacità (e possibilità materiali) presenti nei territori che abitiamo di costruire nuove forme politiche in grado di unire rappresentanza e democrazia diretta. Certo il tutto non è sempre chiaro, anzi, c’è il rischio costante che parte dei movimenti oscillino tra la visione della grande Europa e un orizzonte più concreto e locale, senza cogliere il nesso tra le due cose. Ritenemmo pertanto fondamentale insistere su questa relazione tra la costruzione di forme di rappresentanza nuove sul territorio e il contesto europeo, proprio per evitare di concepire l’impegno politico come una sorta di fuga dalle cose che vanno fronteggiate localmente o, viceversa, come un ripiegamento sulle cose che ci si accontenta di fare in mancanza di capacità di influire sui i grandi scenari della Storia. Porto Alegre ci suggerì che era il momento adatto per far crescere dentro le nostre società e comunità, dentro le nostre pratiche quotidiane, l’idea che globale e locale significa Europa. La dimensione del contrasto tra il globale e il locale, che ancora oggi continuamente viene riproposta, va spazzata via nella costruzione di uno spazio comune, di uno spazio delle diversità, di uno spazio delle municipalità intese come le “cose in comune” tra le diversità. Battersi per una nuova Europa significa cogliere l’aspetto potente di questo ragionamento, significa ricollocare tutto quello che facciamo politicamente dentro una prospettiva che vive il globale e il locale nella stessa maniera, non lo contrappone, non ne dà una dimensione di differenza antagonistica, ma di miscela potente che noi dobbiamo vivere quando andiamo ai vertici come quando stiamo nei nostri territori: per resistere alle occupazioni militari delle città o alla violazione dei diritti così come quando apriamo nuovi spazi o esigiamo nuovi diritti. Già un quindicennio addietro, ma ancora oggi, crediamo che per i movimenti ci sia il problema di affermare l’Europa come una scelta insindacabile. In tal senso, dobbiamo essere in grado di produrre un programma perché è evidente che tutto ciò che c’è prima dell’Europa parla il linguaggio dei cadaveri degli stati nazione. In questo programma il discorso delle reti locali, dell’Europa delle città intese come comunità originarie, non c’è posto per l’Europa macro-stato, né per l’Europa politicamente subordinata a un pensiero unico. Bisogna far di tutto per rilanciare la prospettiva federalista a partire dalle comunità originarie. 

Cosenza, Ciroma e la sindacatura Catizone

Nel 2002, prima di morire, Giacomo Mancini designava Eva Catizone come suo successore alla guida del Comune di Cosenza. Nel mese di giugno, secondo il volere del vecchio leader socialista, a capo di una coalizione di centrosinistra, con il sostegno esterno dei DS e della Margherita, venne eletta sindaco di Cosenza. Primo, e tuttora unico, sindaco donna della città. Durante il suo mandato (il 18 gennaio del 2006 fu costretta a dimettersi dall’incarico), accanto alla riqualificazione urbana e alle politiche sociali, pose particolare attenzione alle politiche culturali, ai grandi eventi e alla realizzazione del MAB (Museo all’aperto Carlo Bilotti). Nel mese di novembre del 2002 irrompe sulla scena nazionale per la difesa degli attivisti No Global arrestati a Cosenza da parte della magistratura cosentina. Il 3 novembre del 2003, fu istituita dal Comune una “Commissione sul decentramento”. Il documento presentato al 1° incontro della Commissione viene definito da Franco Piperno (assessore al decentramento nella stessa giunta Catizone), il «meglio e il peggio dell’esperienza municipalista cosentina». Da una parte è un tentativo di innovare la politica attraverso l’invenzione di nuovi strumenti e nuove forme di rappresentanza, dall’altra è il peggio perché questi tentativi si esauriscono con la lettura dell’ultimo capoverso «e nulla si realizzò». Piperno in questi anni partecipa in maniera decisiva ai tentativi di cambiamento politico culturale della città, di fatti era già stato assessore alla cultura nella precedente giunta Mancini del 1996. Con lui si aggiungevano un gruppo di ciromisti che sin dai primi anni ’90 avevano caratterizzato la loro azione con una rivalutazione del dialetto locale, come discorso in generale sui luoghi, sulla memoria e sulla lingua, convinti che spesso il dialetto fosse assai più efficace dell’italiano. La stessa Associazione Ciroma (che in lingua greco/bizantina significa “assemblea di fedeli” e nel gergo popolare richiama il suono continuo, incessante e persistente tipico delle assemblee nell’Agorà e nei raduni di piazza) fu così chiamata in termine dialettale ma assai raffinato. Questa convinzione all’epoca era anche un modo attraverso cui riflettere e rileggere la storia d’Italia, scoprire che sotto il processo della nazionalizzazione, vi era stata, in qualche maniera, una vera e propria confisca della memoria del Sud. Inizialmente il programma di Ciroma fu incentrato su un “ritorno alle origini”, cioè sull’idea che ritrovando il genius loci di Cosenza si potesse da lì ripartire per affrontare problemi politici più generali, ridando al termine politica il senso filologico originario di “politeia”, di “governo della città”, attraverso il quale si potesse assicurare al maggior numero dei cittadini una “vita buona”, che scaturisse da un’idea di autogoverno e non da rapporti di forza o conflitti. Con questo programma l’Associazione si presentò alle elezioni comunali del 1993 con una propria lista per marcare una differenza rispetto alle tradizioni dei partiti e raggiunse una buona affermazione elettorale. Il Comune, in quel periodo, attraversava un momento di crisi, Mancini chiese qualche anno dopo a Piperno di collaborare e Piperno accettò, sia per la stima che lo legava al vecchio leader socialista, sia perché era persuaso di riuscire a portare nel Comune quelle che erano le idee di Ciroma. L’interesse per il centro storico che era in condizioni di fatiscenza (in parte lo è ancora) e su cui vi era “un’aurea negativa” fu la prima questione sulla quale ci concentrammo. Molti cittadini cosentini pensavano che fosse pericoloso frequentarlo. La cosa era esagerata, ma la realtà era che la gente lo pensava, non tanto se fosse vero o no; di conseguenza era frequentato pochissimo e nel giugno del 1996 fu subito “riaperto” senza neanche attendere i lavori di ristrutturazione per i quali ci sarebbe voluto un tempo interminabile. Questo fu possibile anche perché il centro storico si era conservato; non tanto per la cura che ne aveva avuto il Comune, né per un particolare affetto dei cosentini, ma grazie a un lungo abbandono che l’aveva mantenuto integro. Era interessante trasformare questo abbandono in una sorte di “presa di possesso” da parte dei cittadini non “giocando” sulle opere pubbliche ma puntando sulle potenzialità culturali. L’apertura del centro storico ai cittadini funzionò! Aver trovato “un’origine alla quale riferirsi”, significava per noi che era possibile ripartire da quel grimaldello per smontare quello che allora era indicato come il problema più grave di Cosenza: una sorta di depressione collettiva da auto disprezzo. Problema, questo, diffuso un po’ in tutto il Meridione che si auto percepisce in ritardo rispetto al Nord. Tutto ciò dunque diventava una testimonianza del fatto che è possibile una “vita migliore” attraverso le “cose che abbiamo” puntando solo sulle nostre forze. In poche parole, il nostro discorso evidenziava sostanzialmente due questioni: un’idea diversa del Sud, cioè la resistenza allo sviluppo industriale che veniva a essere considerata come un elemento importante e non semplicemente un ostacolo; il tentativo di interpretare questa resistenza come un “altro sentimento del tempo”. Qualche anno dopo, con la giunta Catizone, l’idea centrale – in linea con quanto stiamo dicendo – divenne quella di creare “municipi di quartiere” e di contare su quella parte della cittadinanza che è attiva politicamente indipendentemente dal medium dei partiti. Ma tutto ciò, come la cronaca politica di quegli anni testimonia e come vedremo più avanti è destinato ad affogare tra i rigurgiti partitocratici e l’autonomia del governo locale.

I Presidenti di Circoscrizione, i Consiglieri e noi

Istituita dal Sindaco del Comune di Cosenza nei primi giorni di novembre del 2003, il primo atto ufficiale della commissione sul decentramento – che aveva l’obiettivo di affrontare la “riforma delle circoscrizioni” – è stato prodotto nei primi giorni di maggio del 2005 e riassumeva le “proposte di modifiche sul decentramento” che la commissione intendeva portare avanti dopo un’autentica discussione all’interno delle circoscrizioni. Con l’Assessore Piperno cominciamo così una serie di incontri nelle  sette circoscrizioni cittadine. L’idea di fondo era quella di spostare verso il basso potere e processi decisionali in modo da offrire ai cittadini la possibilità concreta di decidere il destino dei quartieri nei quali vivono e lavorano. Decidere insieme è legato alla possibilità reale di sperimentare forme allargate di democrazia. Le Circoscrizioni, in ogni caso, per come noi le abbiamo conosciute, non riuscivano (e non riescono) ad agire se non nella forma obsoleta del personalismo, che fa di loro l’anticamera necessaria per una poltrona all’interno del  Consiglio Comunale: ogni consigliere circoscrizionale, ogni presidente di Circoscrizione è pronto a giurare che è nel territorio di competenza delle stesse circoscrizioni che avviene il vero impatto con la realtà cittadina, ma ciò a cui ambiscono è la sala del Consiglio Comunale perché è lì, in verità, che si dispiega tutta la loro “vocazione politica”. Comunque, gli incontri e i dibattiti si organizzarono di mese in mese in tutte le Circoscrizioni, dove 5 su 7 erano collocate nell’area politica del centrosinistra. Non era così per la IV Circoscrizione (Centro Sud) del Presidente Massimo Colla – unico di centro destra e unico eletto al primo turno nel 2002 con circa tremila voti (il Presidente dei “record”) e al suo secondo mandato consecutivo – che viene accusato dalla sua stessa maggioranza di essere amico di Franco Piperno. Al Presidente Colla, per sua stessa  ammissione, piaceva l’idea di decentramento e del nuovo ruolo politico che le stesse circoscrizioni dovevano andare a sostenere. Colla, in modo paradossale alla sua collocazione politica, era fortemente attratto dall’Assemblea a partecipazione diretta dei cittadini che poteva esprimere  parere vincolante su sviluppo urbano, commerciale e del traffico. Tutte cose, ci faceva notare lo stesso Colla, che i cittadini in ultima analisi  avvertivano vicinissime a loro. E poi c’era la VI Circoscrizione, commissariata del Commissario straordinario Carmelo Guido, che comprendeva i quartieri di San Vito, Serra Spiga e Via degli Stadi, tre quartieri contraddistinti dalla precarietà del lavoro e dallo svolgere di attività al limite del codice penale. Un’area che viveva in condizioni desolate dove individualizzazione, solitudine e paura regnavano incontrastate. Sin da subito il Commissario si era dimostrato disponibile alle trasformazioni contenute nella “proposta di bozza” (vale la pena qui annotare che il Commissario Carmelo Guido era di stretta area  DS ed era stato tra gli eletti al Consiglio Comunale nelle ultime elezioni amministrative). Nel dibattito che si avviava nelle sedi delle Circoscrizioni, fu da subito evidente che l’importanza della proposta di nuove articolazioni democratiche nella società, la richiesta di allargamento della democrazia rappresentativa e l’istituzione di forme di democrazia diretta, apparivano ai più insensate e poco gratificanti per gli “eletti”. Era infatti più che evidente che nelle cinque circoscrizioni di centrosinistra c’era molta insofferenza, quando non intolleranza, per una qualsiasi cessione di sovranità. Il decentramento, dunque, per i “rappresentanti” era visto semplicemente come una possibilità ulteriore di potere da acquisire. Tutte le rimanenti problematiche sulla creazione di nuovi spazi di democrazia risultano per la gran parte di loro, tra Presidenti e Consiglieri, estranee e prive di interesse. Significative e incancellabili a riguardo rimangono le sfide lanciate da alcuni consiglieri di sinistra per i quali le scelte politiche andavano “comunque” prese dall’alto, a “ragion tecnica”. Altro che esercitarle dal basso attraverso faticose discussioni! L’importanza di “nuovi spazi per la libertà politica”, di cui noi ci facevamo portatori, in termini generali significa il diritto di essere partecipi al governo oppure, come molte volte abbiamo sottolineato, non significa nulla. Per cui, il vero contenuto della libertà doveva essere per tutti noi la partecipazione al governo della cosa pubblica. Lo scopo di questa tesi era quello di sviluppare una riflessione che mentre traeva spunto dal significato positivo della libertà politica (e degli spazi che questa necessitava per potersi esplicare) si poneva l’obiettivo di individuare l’essenzialità che la partecipazione ha nella definizione stessa della democrazia e della cittadinanza. Questo tentativo, va da sé, aveva bisogno come presupposto dello sviluppo di una vera e autentica discussione che provava a ripartire dalla necessità del decentramento e dell’allargamento della partecipazione. In queste riunioni d’altronde ciò che rendeva grottesco il tutto non furono solo gli atteggiamenti di chi, con aria annoiata, lasciava intendere dall’alto della propria esperienza che erano cose inutilizzabili, ma soprattutto l’atteggiamento sprezzante di coloro che dai banchi della maggioranza tuonavano di essere contrari tout court. Credevamo che da questi signori, per il ruolo e la funzione che occupavano, era lecito attendersi una opinione politica, persuasi come eravamo che le opinioni hanno diritto alla crescita e allo sviluppo della discussione pubblica. Parafrasando Bobbio vogliamo ricordare loro che «non c’è nulla che corroda lo spirito del cittadino partecipante più del qualunquismo di coloro che coltivano il loro particolare». 

L’Assemblea nel Regolamento e nello Statuto comunale

Quando leggemmo per la prima volta il “Regolamento per il Decentramento” (d’ora in avanti Regolamento) e lo Statuto del Comune di Cosenza la problematica delle Assemblee popolari divenne subito evidente:

«A norma dello Statuto sono organi di Circoscrizione: il Consiglio di Circoscrizione, il Presidente del Consiglio di Circoscrizione» (Reg., art. 3)

L’Assemblea non è un “organo” della Circoscrizione. Essendo nostra intenzione darle un ruolo e una funzione non di esclusiva partecipazione ma anche decisionale, il primo obiettivo fu quello di inserirla tra gli organi. Tutto ciò necessitava di opportune modifiche non solamente all’art. 3 ma anche ad altre parti del Regolamento e dello stesso Statuto. Spostiamoci ora sull’articolo 23, dove sono contemplati gli “strumenti della partecipazione” e l’Assemblea è inquadrata come «uno dei momenti fondamentali della vita delle Circoscrizioni», ma come la stessa può realizzare , organizzare e rappresentare il rapporto con la cittadinanza non è affatto esplicito. Nei cinque comma da cui è costituito sono previste le modalità di convocazione dell’Assemblea: quando  si rende necessario convocarle, chi le convoca e chi le presiede e dove queste si devono tenere. Ma, quando leggiamo l’ultimo comma, vediamo come le Assemblee sono esonerate da qualsiasi decisione:

«L’Assemblea può proporre e suggerire iniziative e modi di intervento che il Consiglio di Circoscrizione deve tenere nella giusta considerazione»

In questa situazione, ritenemmo che, al fine di favorire l’effettiva partecipazione dei cittadini all’amministrazione locale e non solo la mera gestione dei servizi comunali, era necessario che lo strumento Assembleare avesse l’opportunità di decidere in base agli interessi della popolazione circoscrizionale, insieme agli altri Organi, e non solo di rappresentare i propri interessi ma avere l’opportunità di decidere, insieme agli altri organi della Circoscrizione, come questi interessi possono essere organizzati, valorizzati, elaborati come interessi di tutta la popolazione nell’ambito dell’unità territoriale. Ci attrezzammo allora per esplicitare meglio, nel Regolamento e nello Statuto, una idea di società basata sul protagonismo, l’auto organizzazione e lo sviluppo dell’autonomia e della cittadinanza attiva. Sapevamo già allora che spostare in basso poteri e processi decisionali non riguardava u’astratta polemica tra apparati della moderna amministrazione, ma un’idea di società fondata sulla cura e lo sviluppo della comunità locale. Per questo motivo connettevamo il ragionamento sul “decentramento” con le “pratiche partecipative” in grado di alludere alla possibilità di poter decidere, qui ed ora, il destino dei quartieri e dei Municipi in cui si vive e lavora. Non si trattava di “mere tecniche di governo locale”, si trattava di mettere al centro – al tempo delle politiche globali localizzate, al tempo della furia liberista che spazza via e distrugge comunità e insediamenti, al tempo della crisi complessiva della democrazia e dei suoi organismi nazionali e globali – l’idea che un altro mondo è possibile, un altro mondo in costruzione, giorno dopo giorno, a partire dalla capacità di animare e realizzare società locali auto organizzate. In questo senso decentramento e partecipazione o riescono a camminare insieme o non camminano affatto. L’idea di rafforzare i “poteri locali” è un modo per metterli a disposizione di tutti, un modo di reinventare forme di democrazia per nuove città e nuovi cittadini in grado di farsi carico dello spazio pubblico come luogo di ognuno. Dare all’Assemblea popolare la possibilità di decidere il destino del proprio quartiere è la sperimentazione concreta di una forma nuova e allargata di democrazia possibile, in cui si intrecciano in maniera virtuosa decentramento, partecipazione, conflitto. Ciò comporta lo sviluppo di un unico grande tema: l’autogoverno delle comunità locali, da definirsi attraverso strategie di decentramento amministrativo efficaci e, contemporaneamente, la promozione di “nuove forme di partecipazione diretta” dei cittadini al governo del territorio. Ci rendiamo conto, a questo punto, la necessità di eliminare alcune “sovrapposizioni” insite nel Regolamento e nello Statuto e, soprattutto, di introdurre nuove norme per coniugare adeguatamente il ruolo e le funzioni degli Organi. Chiediamo cosi la modifica principale:

«I Consigli di Circoscrizione sono composti dal Presidente, dai Consiglieri Circoscrizionali [e dall’Assemblea]» (Reg., art. 5, c.1)

Più avanti si legge nel Regolamento:

«I Consigli di Circoscrizione esercitano le funzioni loro attribuite (Reg., art.11, c.1) […] che potranno essere differenziate secondo le caratteristiche delle varie circoscrizioni (c.4) […] Per l’esercizio delle “funzioni delegate” alle Circoscrizioni vanno attribuiti mezzi, risorse e personale adeguato (c.5)». 

Il Consiglio Comunale di Cosenza, con la delibera n. 25 (03/06/1996), aveva effettivamente assegnato ai Consigli Circoscrizionali “nuove deleghe” di settore e stabilito i limiti percentuali delle risorse finanziarie da assegnare per garantire l’esercizio delle funzioni connesse alle deleghe. La ripartizione dei limiti percentuali, evidenziammo, è il caso di abolirla a favore di una gestione autonomia delle risorse finanziarie da parte dei Consigli Circoscrizionali. Prevediamo dunque una nuova delibera nella quale i Consigli Circoscrizionali possano svolgere le funzioni loro delegate organizzandole in modo autonomo e predisponendone il giusto esercizio. 

Una ulteriore e importante estensione dello Statuto comunale è quella deliberata per «l’inserimento della figura del Consigliere Straniero Aggregato eletto direttamente dai cittadini extracomunitari legittimamente presenti e residenti nel Comune di Cosenza». Nella delibera (n. 48 del 19/11/2004) si legge che: 

«Il Consigliere Aggregato, presente in tutte le Circoscrizioni, può partecipare alla seduta del Consiglio Circoscrizionale, con voto consultivo e diritto di parola, e con le stesse modalità previste per gli altri consiglieri». 

Al termine della nostra rassegna critica degli articoli e commi del Regolamento e dello Statuto, ritenemmo di fondamentale importanza riscrivere il Titolo IV sulle Assemblee in tre passaggi. L’integrazione (e di fatto la sostituzione) dell’articolo 13 con i seguenti comma: 

«L’Assemblea è uno dei momenti fondamentali della vita della circoscrizione poiché realizza il rapporto diretto ed immediato con la cittadinanza e le sue esigenze» (c.1) «Fanno parte dell’Assemblea tutti i cittadini residenti nella Circoscrizione» (c.2) «È convocata dal Presidente di Circoscrizione, che la presiede insieme al Consiglio di Circoscrizione ogni qualvolta si renda necessaria la pubblica discussione di rilevanti problemi della Circoscrizione. È altresì convocata su istanza di n.100 cittadini minimo, con in discussione gli argomenti richiesti» (c.3) «Si intende obbligatoria  la Convocazione di n.4 Assemblee durante l’anno che hanno come interesse: bilancio annuale e pluriennale; piani territoriali e particolareggiati di zona interessanti l’ambito territoriale delle Circoscrizioni; piani del traffico e della e della viabilità primaria; piani di sviluppo dei servizi sociali e culturali e di adeguamento della rete commerciale» (c.4) «La convocazione verrà fatta mediante avviso scritto riportante l’ordine del giorno da trattare e affisso nei locali della Circoscrizione e nei luoghi di aggregazione del quartiere» (c.5) «La convocazione deve essere effettuata 6 giorni prima e in caso di motivata urgenza 24 ore prima della seduta» (c.6) «L’Assemblea può tenersi nella sede della Circoscrizione o in altri luoghi pubblici» (c.7)

La scrittura di un ulteriore Articolo sulle “sedute assembleari” composto dai comma  seguenti: 

«L’Assemblea è pubblica» (c.1) «Per la sua validità è necessaria la presenza di almeno 100 cittadini» (c.2) «È ammessa la registrazione dei lavori dell’Assemblea ai fini di redazione del Verbale assembleare» (c.3) «È data facoltà ad ogni cittadino residente di rivolgere interrogazioni, interpellanze, mozioni e risoluzioni su questioni di interesse della Circoscrizione» (c.4) «È previsto nella partecipazione della Assemblea il coinvolgimento degli immigrati residenti nell’ambito di competenza territoriale della Circoscrizione» (c.5) L’Assemblea delibera con il voto favorevole della metà più uno dei cittadini presenti, fatti salvi i casi espressamente previsti dalla legge» (c.6)

Il terzo passaggio è consistito nella definizione di un ulteriore articolo sulle “attribuzioni dell’assemblea” composto dai seguenti comma:

«L’Assemblea rappresenta le esigenze della popolazione del proprio territorio di competenza» (c.1) «L’Assemblea promuove rapporti con la cittadinanza al fine di contribuire all’informazione, all’indagine e alla ricerca della soluzione di problemi inerenti il proprio territorio» (c.2) «L’Assemblea esprime pareri e formula proposte di propria iniziativa» (c.3) «L’Assemblea può rivolgere interrogazioni ed interpellanze al Consiglio Circoscrizionale, al Presidente e al Sindaco sulle materie di interesse circoscrizionale. Tutti sono tenuti a rispondere entro sette giorni dalla data della richiesta» (c.4) «L’Assemblea esprime parere deliberativo sui seguenti provvedimenti: bilancio annuale e pluriennale; Piani territoriali e particolareggiati di zona interessanti l’ambito territoriale delle circoscrizioni; piani del traffico e della viabilità primaria; piani di sviluppo dei servizi sociali e culturali e di adeguamento della rete commerciale» (c.5)

Va ora aggiunto che non ci sono state modifiche radicali, né semplici variazioni, al Regolamento o allo Statuto Comunale durante la giunta Catizone; le Circoscrizioni, oggi,  nella città di Cosenza semplicemente non esistono più. Lasciato definitivamente decadere il tentativo di modificare il Regolamento, da una Giunta ormai allo sbando, i sindaci successivi chiudono qualsiasi possibile tentativo di riforma e al posto delle Circoscrizioni, attualmente, ci ritroviamo quattro sportelli di “servizi al cittadino”, ridotto a mero utente. L’abolizione di questi organi di democrazia decentrata viene stabilita da una legge del 2010 (n.42 del 26/03/2010) alla quale il Comune di Cosenza non poteva sottrarsi.

L’Assemblea popolare di San Vito

Ai primi giorni di maggio del 2005, abbiamo detto, è pronto il primo atto ufficiale della “Commissione per il decentramento” nominata dal Sindaco Catizone nell’ottobre del 2003, con lo scopo di affrontare la “riforma delle circoscrizioni” o, comunque, il loro adeguamento alla normativa succedutesi in materia di autonomie locali. Si trattava di una “proposta di bozza” di quello che doveva essere il “Nuovo Regolamento delle Circoscrizioni” che il sottoscritto, nel ruolo di consulente del Sindaco, aveva contribuito a realizzare. Il “Nuovo Regolamento delle Circoscrizioni”, venne pertanto inoltrato dall’Assessore Piperno alle Circoscrizioni. Da San Vito, Serra Spiga, Via degli Stadi iniziò questa nostra sperimentazione di democrazia diretta coniugata a forme di democrazia delegata. L’assemblea popolare di San Vito fu la prima cosa “vera” costituita in questo processo, grazie alla militanza di alcuni compagni ciromisti, alla presenza della cittadinanza attiva del quartiere capace di decidere in maniera consapevole e alla stessa collaborazione attiva del commissario straordinario che a sua volta condivideva e faceva sua la nuova linea politica dell’assessorato al decentramento e della giunta comunale. Nella prima fase dell’esperienza assembleare abbiamo visto crescere e valorizzarsi le capacità individuali e di relazione, la comunicazione non gerarchica, il trasferimento delle conoscenze e la creazione di nuovi saperi tra i partecipanti. Ciò ha generato, da una parte inclusione sociale e dall’altra creato un processo relazionale, fatto da elementi strutturali, culturali e relazionali. Gli elementi strutturali erano in questa esperienza le relazioni (comunicazione, scambio, cooperazione) che una persona può avere con altre persone e i legami che vi possono essere tra un’associazione, un’organizzazione, un gruppo e altre organizzazioni o istituzioni. Gli elementi culturali e relazionali si riferiscono ai rapporti di reciprocità, di convivenza sociale, alle capacità di creare relazioni stabili e innovative nel tempo perché costruite sulla fiducia e sulla capacità di valorizzare tutti gli apporti e le competenze necessarie allo sviluppo di questo processo. Questi aspetti sono combinati in maniera evidente nell’esperienza assembleare, che è servita a creare una rete di relazioni comunitarie e una organizzazione aperta basata sulla fiducia, sul rispetto e l’ascolto attivo dei cittadini. Durante il primo anno di attività alcuni obiettivi venivano raggiunti: insieme avevamo sviluppato un continuo scambio di punti di vista; incoraggiato comportamenti responsabili; sensibilizzato molti cittadini. È stata un’esplorazione approfondita di diversi punti di vista, di differenti percezioni e interessi, attraverso la quale tentavamo di innescare forme di cooperazione, visioni consensuali e comprensione reciproca. Questo per noi era un presupposto per l’agire comune, dal momento che uno dei nostri obiettivi immediati da raggiungere consistette nel coinvolgimento degli abitanti del quartiere inizialmente scettici e poco fiduciosi nei nostri tentativi. Il problema da risolvere era quello della legittimità delle decisioni prese in Assemblea nei confronti di una maggioranza di abitanti ancora assente dal processo partecipativo. Bisognava creare delle strategie per il loro coinvolgimento, bisognava in ogni modo cercare tecniche adeguate per far si che ciò avvenisse (come le discussioni informali durante semplici passeggiate nel quartiere). Bisognava insistere con la pubblicazione di documenti che potevano favorire e aumentare lo scambio di informazioni. Bisognava che l’amministrazione comunale ponesse maggiore attenzione e ulteriore supporto alla crescita di questa esperienza nel mentre del suo svolgimento; in altre parole, che si mettesse in sincronia politica. Ma la giunta Catizone, in questo mese di maggio, vede la sua maggioranza in bilico e nelle ultime settimane, con molti infortuni, non appariva più in grado, in Consiglio, di contare su una certa stabilità.

L’ex Scuola Materna Rita Pisano abbandonata 

L’Associazione “La Spiga” – con una esperienza decennale maturata tra le realtà di svantaggio psicofisico e sociale presenti nel quartiere; motivata esclusivamente di sentimenti di gratuità e solidarietà, gestita con fatica e determinazione da parte dei volontari e famiglie che condividono itinerari di auto/aiuto e sostegno reciproco – porta all’attenzione dell’Assemblea la presenza di una struttura abbandonata che può essere recuperata e restituita al servizio dei cittadini di Serra Spiga e San Vito Alto. Si apre così la vicenda della scuola materna Rita Pisano, costruita negli anni ’80 e poi abbandonata, che nel maggio del 2005 diventa la prima importante verifica del rapporto tra l’Assemblea e l’Amministrazione comunale. Quest’ultima, coinvolta con due comunicati stampa del 10 e 14 maggio, aveva risposto in modo positivo: era sostanzialmente d’accordo con la richiesta di utilizzo avanzata dall’Assemblea e avrebbe provveduto ad affidare all’Associazione “La Spiga” (che aveva formalmente inoltrato la domanda) l’ex-edificio scolastico per le sue attività. Ma a fine giugno la vicenda era ancora irrisolta e allora si decise di occupare la scuola. Tra vetri rotti, detriti, porte squassate, lavandini divelti, insieme ai giovani e ai genitori dell’Associazione – con innumerevoli cittadini del quartiere – diamo vita ad una assordante e pacifica (ma non per questo meno arrabbiata) manifestazione al fine di attivare l’attenzione e farsi assegnare effettivamente quegli spazi. Veniva così delineandosi, con l’individuazione di uno spazio del quartiere abbandonato e da valorizzare, un momento di lotta e di decisa indicazione all’Amministrazione di aprire la via al recupero di ulteriori spazi degradati per metterli al servizio della collettività. L’ipotesi di occupare simbolicamente la struttura era nata nell’Assemblea – e nella stessa veniva esplicitamente indicata l’Associazione “La  Spiga” come la candidata alla presa in gestione dei locali – previa comunque una ristrutturazione minima, a spese dell’Amministrazione, per ripristinarne l’abitabilità. Per quest’ultima, sulla quale si basava di fatti il buon esito dell’intera vicenda, come si può ben capire il contributo della stessa Amministrazione era determinante e doveva realizzarsi comunque con solerzia. Dopo la manifestazione, difatti, l’assessore Piperno dichiara pubblicamente che “La Spiga” avrebbe avuto la struttura in gestione. Venne inoltre richiesto a “La Spiga” di stilare una proposta di recupero dei locali e un progetto di intervento sociale per il potenziamento delle attività nel quartiere. Ma a tanti buoni propositi seguiranno solo lunghi periodi di silenzio. L’Amministrazione, difatti, era affaccendata politicamente in questioni di tutt’altra natura. Il 15 maggio c’era stato un rimpasto della giunta Catizone che vedeva il PSE, primo partito in città, chiamarsi fuori dalla maggioranza che governa il Comune di Cosenza. Viene formata una nuova giunta con le nomine di 6 nuovi assessori. Dopo un anno e mezzo, e in concomitanza con la relazione sentimentale del Sindaco Catizone con il segretario regionale dei DS Nicola Adamo, vengono imbarcati nella nuova giunta i DS e la Margherita mentre il PSE esce. Ci furono ulteriori tentativi e diversi contatti tra delegati dall’Assemblea, l’Associazione stessa e l’Amministrazione comunale. Ma, se da un lato il Comune continuava a dichiararsi disponibile alla concessione dei locali, dall’altra dichiara di non avere la disponibilità finanziaria necessaria per avviare gli interventi di recupero. Questo atteggiamento inizia a minare il percorso di fiducia verso l’Amministrazione comunale che con molta fatica e dedizione si era costruito. Dal canto suo “La Spiga”, che confidava solo sul lavoro gratuito di volontari, aveva ottenuto il riconoscimento in pectore della struttura, per cui poteva ipoteticamente già entrarne in possesso, ma non possedeva capitali propri per provvedere ai lavori di ripristino. Un’amara conclusione veniva definendosi per questa breve ma significativa esperienza di lotta in un quartiere che, tra i suoi mille problemi, si è scontrato con un atteggiamento dell’Amministrazione comunale politicamente immaturo, indeciso e non collaborativo. Si sarebbe dovuto evitare con qualsiasi mezzo di buttare il “bambino con l’acqua sporca”, ma ciò non accadde, e l’atteggiamento mantenuto condurrà a un inevitabile indebolimento dell’intera esperienza. L’Amministrazione, da quel momento, comincia a non essere ritenuta un’interlocutrice credibile per quello che in definitiva doveva essere un “agire in comune”. Con le vicende della ex Scuola Materna Rita Pisano comincia il declino sociale della giunta Catizone, premessa del suo declino politico, che di lì a breve sarebbe inesorabilmente giunto. 

Il contratto di Quartiere di San Vito Alto

I mesi di maggio, giugno e luglio del 2004 sono stati fondamentali nella vita della giunta Comunale cosentina: si ottiene “l’ok” del Presidente dei DS Massimo D’Alema in merito all’azione politico amministrativa del Comune; si aderisce, il 24 maggio, alla “Rete del Nuovo Municipio” (un organismo a carattere internazionale che si propone una diversa e più avanzata forma di democrazia, un diverso sistema di relazioni tra governi locali, territori e società attraverso la partecipazione dei cittadini. In particolare l’Associazione promuove il coordinamento dell’azione dell’Amministrazioni locali con Associazioni e Movimenti; definisce anche su scala sovra comunale, strategie unitarie di intervento; promuove laboratori sperimentali e istituti di democrazia partecipata); si dà il via al turn over dei dirigenti comunali e il Sindaco, con una lettera aperta ai cittadini, presenta la nuova giunta: «assai motivata e in grado di lavorare nell’interesse  esclusivo della collettività amministrata». A giugno esce l’Avviso di selezione per la realizzazione del programma in ambito urbano denominato “Contratto di Quartiere per la zona di San Vito Alto”. A luglio, infine, il Consiglio Comunale approvava il “Contratto” e la Variante al Piano Regolatore per San Vito. L’adempimento è importante, è il primo passo per arrivare alla ristrutturazione del quartiere, dove si registrano degrado delle costruzioni e dell’ambiente circostante, carenze di servizi, scarsa coesione sociale, disagio abitativo. Il Contratto prevedeva interventi pubblici e privati. Per il finanziamento pubblico il Comune di Cosenza chiederà un finanziamento di 10 milioni di euro al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. L’“Avviso” per la realizzazione del programma, pubblicato il 21 giugno 2004, intese raccogliere le manifestazioni d’interesse dei privati, tenuti a presentarle formalmente entro il 9 luglio. Il Contratto per San Vito è il mezzo scelto dall’Amministrazione Comunale per dare risposte a 270 famiglie, 765 persone desiderose di una casa decorosa al posto di quella fatiscente fino allora abitata. Le 270 famiglie erano così suddivise per numero componente il nucleo familiare:


Alla luce delle prime analisi la cubatura complessiva necessaria risultò essere di 77.000 metri cubi per 270 alloggi con le seguenti caratteristiche:

Il Contratto di Quartiere si chiama “contratto” perché è un vincolo che si viene a stabilire tra l’Amministrazione Pubblica e gli “attori sociali del quartiere” in merito agli obiettivi di sviluppo e di riqualificazione urbana che vengono scelti insieme. La metodologia del Contratto di Quartiere si basa sulla partecipazione. Esso è uno strumento innovativo che tiene insieme diversi aspetti dell’agire amministrativo: l’aspetto socioculturale, l’aspetto economico, l’aspetto economico dell’investimento e quello della riqualificazione. Tutto ciò sembrava per l’Amministrazione Comunale, e per la stessa Assemblea popolare, una ulteriore occasione, unica e irripetibile, per la valorizzazione e il rafforzamento del processo partecipativo ormai avviatosi all’interno del quartiere. È nel 25 maggio del 2004, difatti – dopo continui momenti collaborativi che vedevano molti di noi impegnati a presentare agli abitanti di San Vito Alto le novità contenute nel “contratto” – si teneva nei locali del Centro Sociale di Serra Spiga l’incontro tra l’Assemblea di quartiere, gli amministratori e i dirigenti del Comune di Cosenza per discutere pubblicamente le linee generali del Contratto di Quartiere per San Vito Alto. Questa iniziativa apriva nuovamente le speranze in molti di noi per il ruolo e la funzione che l’Assemblea andava ad assumere, e soprattutto ci faceva apparire nuovamente l’Amministrazione Comunale ben determinata a proseguire su una strada che l’esperienza del Contratto di quartiere poteva sicuramente consolidare e valorizzare meglio. Alla discussione, da me introdotta e moderata, parteciparono il Presidente del Centro Sociale Anna Massaro, il dirigente dell’Ufficio del Piano Arch. Sandro Adriano, il Commissario della Circoscrizione Carmelo Guido, il neoassessore ai Lavori Pubblici Franco Ambrogio e l’Assessore al Decentramento Franco Piperno. Questo incontro voleva ulteriormente avvicinare l’Amministrazione Comunale ai cittadini del quartiere che da tempo sperimentavano forme di partecipazione diretta alla vita pubblica. È un esperimento – sottolineava l’Assessore Piperno nel suo intervento – che verrà esteso a tutte le altre circoscrizioni, perché l’obiettivo finale è l’autogoverno dei quartieri. L’Assemblea popolare di quartiere – aggiungeva il Commissario Carmelo Guido – ha preso corpo nella VI Circoscrizione che è commissariata, dunque bisognosa di un organo collegiale nel quale discutere e prendere decisioni che riguardano la gestione del quartiere. Per me sta diventando un’esperienza sempre più faticosa, ma coinvolgente, e con l’applicazione del Contratto di Quartiere ritenni che molte occasioni sarebbero potute trasformarsi in vantaggi per la nostra esperienza partecipativa. L’Architetto Sandro Adriano illustrò le linee guida del Contratto previsto per San Vito Alto e tenne a precisare che: 

«questo intervento, riguardante tutta al zona di San Vito Alto, non si ferma solo alle abitazioni, sono previsti miglioramenti dei servizi e soprattutto la creazione di aree verdi, piazze e spazi sociali per dare ulteriore sostegno ai livelli di socializzazione, di aggregazione e di quella che viene definita “buona vita” all’interno dei quartieri».

Attraverso apposite diapositive, i cittadini ebbero la possibilità di vedere localizzate le aree individuate dai tecnici del Comune per le nuove abitazioni. Aree ideali, secondo il parere di Sandro Adriano, ma potenzialmente modificabili in base al volere dell’Assemblea popolare, anche se 

«i tempi della consultazione sono comunque ristretti perché il progetto deve essere presentato entro la fine del mese di luglio di quest’anno ma comunque sarà sottoposto all’opinione dell’Assemblea. Prima saranno costruite le nuove case nel quartiere e poi verranno trasferiti i residenti e solo allora saranno abbattuti gli edifici fatiscenti».

Molti sono stati gli interventi dei cittadini presenti, tra cui quello di Suor Lucia dell’Associazione “La  Spiga” che ricordava alle autorità presenti l’iniziativa sulla scuola Rita Pisano e che i suoi esiti avrebbero ripristinato la fiducia tra l’Assemblea, con i suoi protagonisti, e l’Amministrazione Comunale. Subito dopo conclude Franco Ambrogio, rimarcando che 

«il Contratto di Quartiere non è un intervento edilizio. Oggi in questo quartiere assistiamo a una felice coincidenza tra partecipazione dei cittadini e intervento pubblico. Vogliamo eliminare le brutture delle case di San Vito e sostituirle con abitazioni dignitose circondate dal verde, servizi, piazze e spazi liberi. E non ci scandalizza affatto l’idea di arrivo a questo obiettivo attraverso un esperimento di democrazia diretta».

Su questi buoni propositi del neoassessore si concludeva l’incontro, ma nessuna attenzione era stata data all’intervento di Suor Lucia. Certo, si delineava un’occasione che, da una parte, aumentava la posta in gioco; ma, dall’altra, si affacciava l’impraticabilità di un obiettivo inferiore e di minore pretese. Tutto ciò lasciò interdetti alcuni di noi, sicuramente perplessi sugli ulteriori passi da intraprendere. Ma la forza che emanava quest’ultima occasione propostaci dall’Amministrazione ci rese più incisivi. Le fibrillazioni che venivano  vissute dal Consiglio Comunale, e dal ruolo di governo della giunta e del Sindaco, se analizzate con un po’ di attenzione a partire dalla fine di questo mese di maggio, come abbiamo visto decisivo per molte ragioni, diventavano emblematiche di una rete politica smagliata nella quale era difficile sopravvivere. Programmammo allora un grande appuntamento a San Vito Alto, dove per la prima volta vediamo coinvolti cittadini fino ad allora passivi e privi di entusiasmo. Ancora una volta, tecnici e assessori del comune, e soprattutto l’Assemblea di Quartiere e il Commissario Guido, si mobilitano per la buona riuscita di questa assemblea pubblica all’aperto, in un quartiere totalmente privo di una esperienza di questo tipo. L’assemblea, molto partecipata, ebbe un’ottima riuscita e divenne per tutti noi una base dalla quale ripartire in maniera ancora più forte. A San Vito Alto, credo per la prima volta nella sua storia, gli abitanti cominciarono a capire il significato di essere protagonisti, in prima persona, del proprio destino. Cosenza, pensammo allora, può rinascere dai suoi quartieri se i cittadini si prenderanno cura dei luoghi che vivono e abitano. Può rinascere se il governo della città verrà spinto dalle assemblee ad avvicinarsi ai cittadini, alle loro sofferenze, ai loro disagi, alla loro precarietà esistenziale. Può rinascere se si punterà sulla responsabilità dei cittadini stessi, sul loro senso civico e critico, ma anche sulla loro capacità di autogoverno e di mobilitazione. In questi termini, ritenemmo, è possibile parlare di “un nuovo governo della città” in grado di rigenerare la nostra asfittica democrazia. L’esito del Contratto di Quartiere, la sua buona riuscita, per quanto detto, era per noi fondamentale. Vogliamo qui rimarcare che San Vito Alto era stato, nella nostra esperienza, uno dei tre quartieri che inizialmente si era contraddistinto per la bassa adesione all’Assemblea, situazione che nel tempo riuscimmo a invertire. 

Ma bastarono pochi mesi, con una sortita a sorpresa di Nicola Adamo sulla variante del Piano regolatore, per spiazzare nuovamente tutto l’arco politico cittadino. Eva Catizone rivendica il Piano Regolatore che ha avuto tanti meriti, a suo dire, e anche qualche demerito. Secondo il Sindaco, il problema non era quello di dare vita a una “nuova variante” ma quello di riempire di contenuti quel PRG con elementi qualitativi che ultimamente mancavano. Per il Sindaco era importante rendere questo PRG più vicino alle esigenze dei cittadini e interconnesso con l’innalzamento della loro qualità di vita. Diversamente per i DS, l’esecuzione del PRU (Programma di Riqualificazione Urbana), del PIT (Piano Integrato Territoriale) e la realizzazione del Contratto di Quartiere favoriscono il passaggio a una “nuova fase”: ritengono che siano ormai maturi i tempi per verificare lo stato di attuazione del PRG vigente e valutare l’opportunità di ridisegnare l’organizzazione urbanistica e territoriale della città. È più che evidente che la “variante” doveva sciogliere tanti nodi (tra i quali la contrada Gergeri, via Popilia e via degli Stadi) e la cosa faceva gola. Come comprendere altrimenti “la necessità dei DS” di rivisitare il PRG sotto elezioni? I DS sono una forza politica preponderante della giunta Catizone, detengono leve di rilievo, Franco Ambrogio (Assessore alle Politiche Urbanistiche e alle Infrastrutture LL.PP) ne è un importante esempio, perché lamentarono dunque l’inadeguatezza del PRG? 

Una delle patologie di cui ha sofferto e soffre Cosenza è stato il consumo del suolo e la riduzione della città a merce. La crescita urbana alla quale abbiamo assistito è riuscita a snaturarla svilendo la sua storia pubblica e lo stesso tessuto democratico. La politica, così come l’abbiamo conosciuta, è stata al servizio degli interessi privati e speculativi. Erano queste alcune delle ragioni per cui avevamo bisogno, e rivendicavamo, maggiore democrazia dal basso in quegli anni: una “nuova democrazia”. Non è stata colta, ma anzi favorita, la contraddizione di un modello di sviluppo, il “modello Cosenza”, fondato sull’edilizia, terziario e tanta precarietà del lavoro: sono stati sacrificati i quartieri periferici per promuovere l’immagine della città/vetrina, il maquillage del Centro Storico e i grandi eventi. Nel contempo, quasi tutti i partiti, compresi i DS, cominciarono ad essere identificati come i partiti della corruzione e del malaffare. Per il bene comune di Cosenza ci auguravamo che il Sindaco Catizone – al di là delle buone intenzioni, delle promesse di una giunta a carattere e composizione autonome, e dell’avvio di un laboratorio importante nel meridione del paese – riuscisse a liberarsi dai lacci e lacciuoli di quella politica che comunque l’aveva investita alla successione di Giacomo Mancini. Così non è stato e noi ciromisti non potevamo gongolarci soddisfatti con i DS, ormai palesi nei loro obiettivi speculativi, per i quali faranno capitolare il sindaco da lì a pochi mesi. 

In questi duri anni di crisi economica, a dieci anni dai fatti qui raccontati, abbiamo raccolto l’indignazione e la rabbia di cittadini che avevano offerto consenso e partecipazione alla sinistra politica cittadina e alla stessa giunta Catizone, che aveva contato sull’appoggio più vivo e radicale della città. 

La questione che è rimasta sullo sfondo

Da questa esperienza di sperimentazione municipalista nella città di Cosenza, consumatasi nei primi anni di questo nuovo secolo, riusciamo a trarne indicazioni politiche per l’oggi? A farne sintesi? Se la città è investita dal rapporto capitalistico di valorizzazione e di sfruttamento, come si può, al suo interno, cogliere l’antagonismo della moltitudine? Negli anni passati, negli anni ’60 e ’70, a questi problemi – man mano che insorgevano in relazione alla lotta di classe operaia ed alle mutazioni degli stili di vita nella città – si dettero varie risposte, spesso molto efficaci. Oggi il problema si pone in maniera diversa, perché le varie sezioni della forza lavoro si presentano come cittadino e immediatamente come moltitudine: un insieme di singolarità, una molteplicità di gruppi e di soggettività, che mettono in forma antagonista lo spazio delle città. Le moltissime persone che compongono i movimenti hanno l’impressione che alla fine la “capitalizzazione politica” vada a giovare qualcun altro; ma, come abbiamo potuto constatare con l’esperienza riportata, le vecchie sinistre ne escono tutt’al più come astute e scaltre retroguardie.

La rinascita della città, luogo naturale della vita politica, apre percorsi per la rinascita del Sud nel suo insieme, perché è in essa che ha luogo la creatività sociale, l’innovazione dal basso, l’acquisizione condivisa di nuove condotte comuni. L’allargamento della partecipazione dei cittadini alla gestione del governo delle città non è un’opzione ideologica più o meno di sinistra, si tratta piuttosto di una necessità. Per allargare la partecipazione occorre sicuramente dilatare la sfera pubblica e i contesti deputati alla decisione delle regole e sanzioni collettive. Questo sicuramente vuol dire rifondare la città. Così la partecipazione alla vita pubblica nei quartieri, l’istituzione di Assemblee di cittadini (una forma archetipale di democrazia diretta, senza la quale le forme più raffinate si rivelano vanesie) diviene una sorta d’iniziazione di massa al pensiero e all’azione politica. Mi sembra che questo approccio sia obbligato per tutti coloro che ritengono possibile la trasformazione radicale della vita sociale nelle città. 

Ma dobbiamo contemporaneamente aggiungere che il secolo e mezzo di socialismo che abbiamo vissuto è finito; ed è finito non perché non ha lasciato un’eredità enorme di diritti e dignità, ma perché oggi ci viene tolto quanto a suo tempo conquistato e non c’è la forza necessaria per difendersi, perché la composizione della classe operaia e della moltitudine dei lavoratori è completamente mutata. Solamente se assumiamo fino in fondo questa nuova realtà noi oggi possiamo capire cos’è il passaggio europeo, cioè il passaggio alla costruzione di una entità collettiva che abbia forza all’interno della globalizzazione, dentro i nuovi rapporti di forza che la globalizzazione pone in maniera irreversibile. Noi abbiamo avuto due grandissime lotte che sin sono sviluppate in Europa attorno ai problemi del lavoro: una è stata la battaglia per la riduzione del tempo, la battaglia sulle 35 ore. I socialisti francesi l’hanno fatta addirittura diventare una legge. L’altra battaglia è stata quella sull’art.18, che è stata una battaglia per difendere i vecchi diritti legati al lavoro. Queste due battaglie sono state perdute perché oggi il lavoro investe la vita e non ha senso dire 35 ore. Il problema dell’art.18 èun problema fondamentale: i diritti non possiamo perderli, ma se non riusciamo a farli vivere concretamente ed innovarli non hanno senso. Quali sono le nuove battaglie da fare sul lavoro? Riconoscere che ogni momento della vita è nel lavoro, che noi siamo realtà biopolitiche, che questo è il momento di porre e imporre questi orizzonti all’interno della battaglia europea. Come si fa a spiegare, in termini concreti, che oggi che lo sfruttamento si estende sull’intera società? 

Su questi problemi noi oggi possiamo reinventare una piattaforma del lavoro, una piattaforma di difesa dei diritti e di sviluppo delle soggettività. È importante che oggi i movimenti riconoscano la sinistra istituzionale per quello che è, un attore parassitario e vuoto. Questo significa che, se veramente siamo convinti che è un meccanismo costituente quello che serve per costruire una nuova Europa, quest’ultima deve esprimere nella sua costruzione queste novità. Tutto ciò significa, per noi, collocare quello che facciamo in una prospettiva che vive il globale e il locale nella stessa maniera, che non li contrappone, che non ne offre una lettura differenziale e antagonistica ma che ne esalta la dimensione di miscela potente che tocca a noi far vivere.

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